ROMA – Dopo lo strappo della Lega sul decreto armi per l’Ucraina, Giorgia Meloni dal Bahrein fa capire che la linea dell’esecutivo sul sostegno a Kiev non cambierà. Non solo nell’immediato: «Fino a che ci sarà la guerra». A margine di un summit con i paesi del Golfo, la premier replica a Matteo Salvini, che l’ha chiamata l’altro ieri, poco prima che s’imbarcasse per Manama, chiedendole di sfilare dall’ordine del giorno del consiglio dei ministri di oggi pomeriggio la legge che consentirà all’esecutivo di spedire forniture militari alla resistenza di Zelensky per tutto il 2026. Meloni minimizza l’incidente politico, parlando di un mero rimando «logistico», ma controbatte al suo vice del Carroccio, senza citarlo: varare il provvedimento «non vuol dire lavorare contro la pace, vuol dire che noi lavoriamo per la pace, ma finché c’è una guerra aiuteremo l’Ucraina a potersi difendere da un aggressore». E dunque il decreto, insiste la presidente del consiglio, «ci sarà, entro la fine dell’an…
ROMA – Dopo lo strappo della Lega sul decreto armi per l’Ucraina, Giorgia Meloni dal Bahrein fa capire che la linea dell’esecutivo sul sostegno a Kiev non cambierà. Non solo nell’immediato: «Fino a che ci sarà la guerra». A margine di un summit con i paesi del Golfo, la premier replica a Matteo Salvini, che l’ha chiamata l’altro ieri, poco prima che s’imbarcasse per Manama, chiedendole di sfilare dall’ordine del giorno del consiglio dei ministri di oggi pomeriggio la legge che consentirà all’esecutivo di spedire forniture militari alla resistenza di Zelensky per tutto il 2026. Meloni minimizza l’incidente politico, parlando di un mero rimando «logistico», ma controbatte al suo vice del Carroccio, senza citarlo: varare il provvedimento «non vuol dire lavorare contro la pace, vuol dire che noi lavoriamo per la pace, ma finché c’è una guerra aiuteremo l’Ucraina a potersi difendere da un aggressore». E dunque il decreto, insiste la presidente del consiglio, «ci sarà, entro la fine dell’anno viene fatto in ogni caso, perché serve». Le finestre sono due: un nuovo Cdm la prossima settimana oppure l’ultima seduta prima della sosta di Natale, già pre-convocata informalmente per il 23 dicembre, l’antivigilia. Il Parlamento avrà poi 60 giorni per convertire il testo.
Dal Golfo Meloni parla anche di Nato. Dell’uscita dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo del comitato militare dell’alleanza, che in un’intervista al Financial Times ha ipotizzato «attacchi preventivi» nella guerra ibrida contro la Russia in chiave difensiva. Meloni da un lato ridimensiona la portata delle affermazioni del militare, «le circoscriverei a quello di cui stava parlando, la cybersicurezza, oltre a difenderci dobbiamo anche riuscire a fare meglio prevenzione». Dall’altro prende le distanze, anche se in modo molto più soft rispetto agli strali dei salviniani: «Siamo in una fase in cui bisogna misurare molto bene le parole, evitare tutto quello che può generare confusione o far surriscaldare gli animi».
La sortita di Meloni su Cavo Dragone apre un’altra crepa nel governo. Perché nelle stesse ore, l’altro vicepremier, Antonio Tajani, incontra l’ammiraglio a margine di un vertice della Nato a Bruxelles. Rimbrotti? Macché: «Stima e solidarietà», dice subito dopo il ministro degli Esteri davanti a telecamere e taccuini. «La sua era solo un’analisi della situazione, non ci ho trovato nulla di strano, sta svolgendo molto bene il suo ruolo e va sostenuto. Forse è stata una traduzione non perfetta...».
L’opposizione naturalmente ha gioco facile a surfare sulle divisioni nella coalizione di governo. Per il responsabile degli Esteri del Pd, Peppe Provenzano, le parole di Meloni «confermano ancora una volta la grave e crescente divisione all’interno della maggioranza sulla politica estera», visto che il ministro dei Trasporti è riuscito «non solo a dettare l’agenda politica alla premier, ma tenta di sostituirsi ai ministri Crosetto e Tajani, arrivando persino a incidere sulla definizione dell’ordine del giorno del Cdm». Per il leader del M5S, Giuseppe Conte, quello di Meloni e Salvini sarebbe solo «un ipocrita teatrino».