Inchiesta su Mogherini e Sannino, studenti sotto shock: “Ma qui non siamo nel collegio-mafia”
dal nostro inviato Giuliano FoschiniBRUXELLES – Chi vuole male a questo posto lo chiama «collegio-mafia», e non certo perché qui si pratichi del malaffare. «Sono gli invidiosi», racconta uno studente davanti all’ingresso di Spanjaardstraat, mentre Bruges si illumina di un sole inatteso che rende tutto ancora più nitido. «Dicono che esiste la mafia degli ex studenti che oggi sono in posti cruciali dell’Unione europea. Chi non entra sostiene che la nostra fortuna dipenda dal fatto che veniamo cooptati». È falso? «Veniamo cooptati perché siamo i più bravi». Il Collegio d’Europa di Bruges non si era mai trovato in una situazione simile. Da tre giorni, da quando Federica Mogherini è stata fermata, nell’edificio Spaak di Dijver la normalità è diventata un equilibrio precario. I riflettori sono puntati addosso, e qui non sono abituati. Uno dei pilastri della formazione di questi studenti è infatti la discrezione: lavorare sui dossier, evitare l’esposizione, stare lontani dai taccuini.
BRUXELLES – Chi vuole male a questo posto lo chiama «collegio-mafia», e non certo perché qui si pratichi del malaffare. «Sono gli invidiosi», racconta uno studente davanti all’ingresso di Spanjaardstraat, mentre Bruges si illumina di un sole inatteso che rende tutto ancora più nitido. «Dicono che esiste la mafia degli ex studenti che oggi sono in posti cruciali dell’Unione europea. Chi non entra sostiene che la nostra fortuna dipenda dal fatto che veniamo cooptati». È falso? «Veniamo cooptati perché siamo i più bravi». Il Collegio d’Europa di Bruges non si era mai trovato in una situazione simile. Da tre giorni, da quando Federica Mogherini è stata fermata, nell’edificio Spaak di Dijver la normalità è diventata un equilibrio precario. I riflettori sono puntati addosso, e qui non sono abituati. Uno dei pilastri della formazione di questi studenti è infatti la discrezione: lavorare sui dossier, evitare l’esposizione, stare lontani dai taccuini.
Axel, italo-svedese, lo dice con semplicità: «Fino a pochi giorni fa tutto era normale. Eravamo immersi nello studio. Ora l’atmosfera è cambiata. È importante che fuori si capisca che noi studenti non abbiamo alcun legame con l’Accademia diplomatica. Il silenzio rischia di farci apparire come un luogo opaco, mentre il nostro percorso è trasparente». L’Accademia è infatti una struttura distinta dal Collegio. Il Collegio è una scuola post-laurea che, pur non essendo formalmente parte dell’architettura dell’Unione, di fatto ne rappresenta un’anticamera: chi passa di qui approda spesso nelle amministrazioni europee. I programmi sono calibrati sulle competenze richieste nei concorsi comunitari e molti diplomati, concluso il master, trovano sbocchi a Bruxelles o nelle altre capitali dell’Ue. Lo conferma un’analisi di Politico del 2021, che ricostruiva i percorsi formativi di oltre seicento funzionari ed eurodeputati: il Collegio risultava l’istituto più frequente nei loro curriculum.
Le sedi sono tre: la principale a Bruges, poi Natolin, alla periferia di Varsavia, e la più recente a Tirana. Ogni anno gli studenti sono circa cinquecento: la maggior parte in Belgio, poco più di un centinaio in Polonia e una quarantina in Albania. Entrare non è semplice. Servono un inglese e un francese impeccabili, le lingue in cui si tengono quasi tutti i corsi, e bisogna superare selezioni rigide. Le rette sono elevate: attorno ai trentamila euro per Bruges, leggermente meno per le altre sedi.
Le borse di studio ci sono, ma non coprono tutto. Questa combinazione di requisiti e costi rende il Collegio un luogo molto efficace sul piano formativo, ma inevitabilmente elitario. Mogherini aveva provato a scalfire questo schema ampliando le borse e cercando di coinvolgere paesi normalmente poco rappresentati. Poi è arrivato lo scandalo. E, con esso, una nuova ombra. «Abbiamo subito un danno reputazionale enorme, più della Commissione», spiega Matteo, studente italiano, all’Ansa. «Ora si torna a sussurrare “Italian job, the usual”…».