ROMA – Giorgia Meloni vuole il ritorno delle preferenze per eleggere deputati e senatori. È uno dei tasselli della riforma elettorale che sottotraccia il centrodestra sta componendo da settimane, prova ne è lo studio sui diversi sistemi di voto commissionato dalla maggioranza e svelato ieri da Repubblica. Il capo dell’organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli, negli scambi riservati con le controparti di Lega e FI, ha già posto la questione sul tavolo, ipotizzando di infilare le preferenze nella bozza di pdl che vedrà la luce formalmente all’inizio dell’anno prossimo. Reazione: gelo polare, anche se con motivazioni diverse, confida chi sta partecipando alle trattative.
Il Carroccio di preferenze proprio non vuol sentire parlare: il rischio, la tesi, è che il seggio in palio finisca più facilmente a chi può permettersi di sborsare centinaia di migliaia di euro, se non milioni, per foraggiare la propria campagna. FI è meno netta: in teoria c’è un’apertura al ritorno di questo totem della seconda Repubblica. In realtà mezzo partito è sugli scudi, già si mette di traverso, con riflessioni di vario tipo: così si rischia di penalizzare giovani e quote rosa, per esempio. L’avviso ai Fratelli è chiaro: se ci si impunta, salta il banco. E il Pd? Elly Schlein è favorevole, ma le correnti dem sul punto sono agitate. La verità è che a destra e a sinistra non tutti smaniano per una conta, privandosi del posto blindato.
Non è l’unico scoglio. Il dossier riservato del centrodestra ipotizza una soglia di sbarramento al 3% per tutti i partiti, «sia coalizzati che non coalizzati». FI però vorrebbe alzare l’asticella, portandola al 4%, come alle Europee. È un tentativo di rendere più complicata la corsa di Carlo Calenda, per rendere Azione meno appetibile agli elettori centristi. La differenza è apparentemente tecnica, ma può decidere la sorte dei partiti minori e la geometria delle future coalizioni. A FdI interessa soprattutto il maxi-premio di maggioranza, da assegnare con un sistema proporzionale puro, a chi raggiunge almeno il 40% dei seggi. Il rapporto della maggioranza ipotizza un bottino ricco: è previsto un sistema con due scaglioni. Chi prende il 40% dei voti, ottiene il 55% dei seggi. Chi invece scavalla quota 44%, incassa il 60% dei parlamentari. L’opposizione già protesta: «Meloni deve cambiare la legge di bilancio e invece parla solo di cambiare la legge elettorale», attacca Matteo Renzi, leader di Iv. «La destra vuole un Meloncellum perché teme di perdere», sostiene Riccardo Magi di +Europa. Per Dario Parrini del Pd, «lo studio del centrodestra è un concentrato di “ammuina” e improvvisazione».
Meloni ha fretta di aprire e chiudere il cantiere della riforma. I partiti di centrodestra hanno ormai designato il quartetto che gestirà la pratica: Donzelli per FdI, Stefano Benigni per FI, Andrea Paganella e Roberto Calderoli per la Lega. Il tavolo dovrebbe aprirsi ufficialmente a metà dicembre, subito dopo la conclusione di Atreju, la festa della fiamma. L’obiettivo è arrivare all’approvazione della legge entro l’estate prossima, anche per non incorrere nelle sanzioni della Cedu, la corte europea dei diritti dell’uomo, che presto potrebbe ribadire un principio: le regole del gioco non si cambiano un anno prima del voto. E a proposito di modifiche all’ultimo: a tre mesi dal referendum sulla giustizia, consultazione senza quorum, la destra sta pensando di cambiare il voto dei residenti all’estero. Non più per corrispondenza, ma in presenza, alle ambasciate. Decreto alle viste, che preoccupa l’opposizione. Per il Pd «il metodo è da regime sudamericano».