I dubbi di Meloni sugli asset nell’incontro con Mattarella: per Kiev valutare altri fondi
di Tommaso Ciriaco , Concetto VecchioStretta di mano tra Sergio Mattarella e Giorgia Meloni al Quirinale
Lo spumante italiano serve a celebrare i cinquantanove anni di Giancarlo Giorgetti. È un intermezzo leggero di un pranzo denso di angosce. Con Giorgia Meloni salita al Colle a spiegare la linea italiana sull’Ucraina e Sergio Mattarella ad ascoltare, limitandosi solo a un paio di domande. E d’altra parte, il momento è delicato e la premier porta un “no” e un “nì” destinati a lasciare scorie nei rapporti con i partner Ue: l’opposizione italiana alla firma del Mercosur (che invece il capo dello Stato ha sempre sostenuto) viene infatti accompagnata dai pesanti dubbi di Roma sull’utilizzo degli asset russi congelati. Talmente pesanti che l’Italia potrebbe contribuire a far saltare un accordo a Bruxelles.
I «forti dubbi» sull’ipotesi di sfruttare il congelamento dei fondi di Mosca immobilizzati nelle banche europee sono il punto più delicato di queste ore. La premier, al Colle assieme ai suoi ministri per l’abituale incontro che precede le comunicazioni di oggi alle Camere e il Consiglio eu…
Lo spumante italiano serve a celebrare i cinquantanove anni di Giancarlo Giorgetti. È un intermezzo leggero di un pranzo denso di angosce. Con Giorgia Meloni salita al Colle a spiegare la linea italiana sull’Ucraina e Sergio Mattarella ad ascoltare, limitandosi solo a un paio di domande. E d’altra parte, il momento è delicato e la premier porta un “no” e un “nì” destinati a lasciare scorie nei rapporti con i partner Ue: l’opposizione italiana alla firma del Mercosur (che invece il capo dello Stato ha sempre sostenuto) viene infatti accompagnata dai pesanti dubbi di Roma sull’utilizzo degli asset russi congelati. Talmente pesanti che l’Italia potrebbe contribuire a far saltare un accordo a Bruxelles.
I «forti dubbi» sull’ipotesi di sfruttare il congelamento dei fondi di Mosca immobilizzati nelle banche europee sono il punto più delicato di queste ore. La premier, al Colle assieme ai suoi ministri per l’abituale incontro che precede le comunicazioni di oggi alle Camere e il Consiglio europeo che si aprirà domani a Bruxelles, sembra ancora più determinata a frenare l’opzione su cui invece preme soprattutto Berlino. «Temiamo che l’impalcatura legale che sostiene la misura non sia sufficientemente solida», è il senso dei ragionamenti della presidente del Consiglio, quelli che dovrebbe portare già oggi in Parlamento. Accompagnandoli con un impegno, in realtà al momento assai fragile: costruire ipotesi alternative per finanziare l’Ucraina. Perché questo obiettivo, assicura, resta centrale per il governo.
Non può che ribadire la volontà di contribuire finanziariamente alla causa di Kiev, tanto più che la frenata sugli asset potrebbe essere interpretata come un contributo alla manovra di Donald Trump per costringere Volodymyr Zelensky a firmare una pace svantaggiosa. E però, i segnali che arrivano dalla maggioranza continuano ad essere sempre meno chiari. Basta prendere l’ultima bozza di risoluzione parlamentare, anticipata ieri dall’Adnkronos e che dovrà essere votata oggi alle Camere. Rispetto al testo precedente, salta la condanna alle attività ibride dannose e alla disinformazione, a partire da quella di Mosca. Non è presente alcun riferimento esplicito alle forniture militari per gli ucraini. E si chiede all’esecutivo di rilanciare un piano per un’area di libero scambio Usa-Ue (proprio nelle ore in cui Roma si oppone al Mercosur).
Il punto più delicato restano comunque gli asset. Per Palazzo Chigi, attingere ai beni congelati non è l’unica opzione possibile anche per una ragione contabile: non servirebbero in questa fase i 190 miliardi di euro (tanto valgono i fondi Mosca), ma si potrebbero muovere altre leve per raccogliere una prima tranche di aiuti, di dimensione assai inferiore.
Non è probabilmente quello che vorrebbe sentirsi dire il presidente ucraino, che spera in un sostegno di ampio respiro. Ma Roma insiste, cercando alleati tra i Ventisette. Lo ha detto Meloni a Ursula von der Leyen, nella missione di due giorni fa a Berlino. Lo ha sostenuto anche con Merz ed Emmanuel Macron, in quel contesto. E questo prima di spendere alcuni minuti con il genero di Trump, Jared Kushner, e con l’inviato della Casa Bianca per l’Ucraina, Steve Witkoff.
E però, resta un nodo tattico che Meloni non può ancora sciogliere, perché la trattativa sugli asset è in rapida evoluzione (ieri una riunione dei diplomatici del Coreper a Bruxelles, oggi un’altra in agenda): l’Italia non può permettersi di essere l’unica capitale, assieme all’Ungheria di Orbán, a dire no a un compromesso. Per questo osserva con attenzione le mosse del Belgio: l’opposizione di quel governo potrebbe rendere l’azione di blocco di Roma meno traumatica, diluendo le responsabilità. Tanto più che la presidente del Consiglio conosce quasi a memoria le numerose e secche prese di posizione di Mattarella a favore della causa di Kiev. Discorsi pubblici, moniti sempre più stringenti che Palazzo Chigi fa fatica ad ignorare.
E poi, certo, ci sono anche i pesanti timori per le imprese italiane che operano in Russia. Sono 350 e muovono interessi importanti. E il timore di una ritorsione del Cremlino viene avanzata anche durante il pranzo al Colle.