Meloni e il sabotaggio notturno sugli asset. Colloquio con Macron: i Parlamenti votano contro
dal nostro inviato Tommaso CiriacoBruxelles – Si ritrova in una stanza con Emmanuel Macron, ed è la svolta. È già notte quando Giorgia Meloni, reduce da sedici ore di Consiglio europeo (alla fine saranno in tutto diciannove, quasi un giorno intero a trattare e litigare sull’orlo di una resa politica a Vladimir Putin), vede avvicinarsi in modo decisivo le posizioni di Roma e Parigi. L’Europa in quel momento è paralizzata, l’Ucraina disperata. Dalla Polonia, Volodymyr Zelensky lancia un appello: se non ci aiutate, crolliamo, se non state al nostro fianco, avrete scelto di tradire le nostre promesse. Si affaccia anche Friedrich Merz, incapace nel frattempo di convincere il premier belga ad accettare un patto sugli asset. L’italiana spiega che non è soltanto una questione di falle legali, già sufficienti a far naufragare la proposta della Commissione europea sui beni di Mosca congelati. Sostiene che verrebbero a crearsi problemi nelle opinioni pubbliche nazionali. E nei Parlamenti degli Stati membri, che dovranno comunque…
Bruxelles – Si ritrova in una stanza con Emmanuel Macron, ed è la svolta. È già notte quando Giorgia Meloni, reduce da sedici ore di Consiglio europeo (alla fine saranno in tutto diciannove, quasi un giorno intero a trattare e litigare sull’orlo di una resa politica a Vladimir Putin), vede avvicinarsi in modo decisivo le posizioni di Roma e Parigi. L’Europa in quel momento è paralizzata, l’Ucraina disperata. Dalla Polonia, Volodymyr Zelensky lancia un appello: se non ci aiutate, crolliamo, se non state al nostro fianco, avrete scelto di tradire le nostre promesse. Si affaccia anche Friedrich Merz, incapace nel frattempo di convincere il premier belga ad accettare un patto sugli asset. L’italiana spiega che non è soltanto una questione di falle legali, già sufficienti a far naufragare la proposta della Commissione europea sui beni di Mosca congelati. Sostiene che verrebbero a crearsi problemi nelle opinioni pubbliche nazionali. E nei Parlamenti degli Stati membri, che dovranno comunque approvare l’eventuale intesa. In Italia, spiega, esiste un potenziale rischio nella maggioranza. Si riferisce alla Lega, che resiste in nome dell’amicizia con il Cremlino. Problemi simili ha il presidente francese. E dunque, bisogna cambiare direzione, svoltare, accettare il debito comune. Solo così si tiene insieme l’Europa e si regala ossigeno a Kiev. In qualche modo, assicura il Financial Times, l’Eliseo sostiene dunque questa strada. È il tornante decisivo. Con la presidente del Consiglio a vestire i panni del boia del progetto sugli asset. “È lei la killer di quella proposta”, sintetizza un funzionario citato dal quotidiano.
A quel punto, il sentiero diventa improvvisamente in discesa. Un ruolo decisivo lo gioca un documento con i pareri legali sull’opzione asset. Meloni, riferiscono, lo agita con i colleghi indicandone alcune criticità. C’è però una sponda necessaria, senza la quale l’azione di sabotaggio del piano della Commissione non avrebbe effetto: quella del premier belga Bart De Wever. È lui a resistere, strenuamente resistere al pressing di Merz e di Ursula von der Leyen. A un certo punto si ritrova solo in una stanza con Meloni e il cancelliere tedesco, mentre il summit discute di altro attorno al tavolo dell’Europa building. E dice di nuovo no, non si può fare. Le conseguenze, prevede il sito Politico, saranno di lungo termine: rifiutare un “favore” politico del genere a Berlino mette in difficoltà Merz, il tedesco se ne ricorderà quando il Belgio avrà bisogno di bussare alla porta della Germania. Ma prevale la volontà di evitare un conflitto diretto – sia pure economico o comunque ibrido – con Vladimir Putin.
Per Meloni è diverso: Roma non ha beni russi in pancia, semmai potrebbe subire gli effetti di questo scontro. Teme ricadute sulle aziende italiane che operano in Russia, ad esempio. E poi deve sminare due rischi. Uno, come detto, lo ammette discutendo con gli altri big: il Parlamento italiano potrebbe mettersi di traverso (in realtà, è probabile che Pd e centristi avrebbero approvato il testo con FdI e Forza Italia, perdendo per strada soltanto Lega e Movimento). Comunque, le conseguenze politiche sarebbero imprevedibili per la stabilità della maggioranza. Lo stesso spettro, forse addirittura più allarmante deve fronteggiarlo Macron: in patria, l’esecutivo si regge su equilibri impossibili dell’assemblea nazionale e il Presidente sa bene – e lo fa presente – che l’approvazione è a rischio.
La decisione è quella di virare. Cambiare strada. La Commissione tira fuori dal cassetto il piano B, quello su cui Meloni preme da giorni. È il debito comune, individuato tra le pieghe del bilancio comunitario e neanche conteggiato nel deficit: quadro ideale, per chi deve fronteggiare una penuria di cassa che ha reso anche l’ultima manovra una tortura. Il nuovo testo circola tra i Ventisette. La delegazione italiana, attorno all’una, fa sapere: siamo vicini a un’intesa e non ci muoviamo finché non si firma, perché un’interruzione potrebbe rimettere tutto in discussione. Si sa, la notte porta consiglio (o fa cambiare di nuovo idea).
E infatti si corre fino alle tre e mezza di notte, senza sosta. Quando il patto viene siglato. Meloni può gioire, sostiene che ha prevalso il “buon senso”. Si rallegra anche perché viene evitata una decisione a maggioranza. Perché questo provvedimento non dovrebbe passare dai Parlamenti nazionali. E resiste, anche il meccanismo dell’unanimità, che Roma difende nonostante l’evidente necessità di trovare percorsi decisionali più incisivi e funzionali alla fase emergenziale.
Infine, la collocazione nello scacchiere: evita di ritrovarsi a capo del gruppo di Visegrad, di mescolarsi troppo a Viktor Orban e gli altri Paesi del blocco dell’Est (con cui comunque parla a lungo per convincerli ad accettare l’idea del debito comune, ottenendo un via libera quasi ovvio: è una soluzione che piace a Mosca, con cui mantengono solide relazioni, dunque la preferiscono, anche se probabilmente non garantiranno la loro quota di risorse a Kiev). Ma la premier sfrutta anche la sponda obbligata di Macron, sugli asset come sul Mercosur. È una nuova, anche se probabilmente temporanea novità, perché fino all’altro ieri era stato Merz a garantirle un dialogo, soprattutto nei giorni tesissimi dello scontro con i Volenterosi. Così almeno, fino alla prossima svolta.