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Missione per Kiev, pressing del centrosinistra: il dilemma di Meloni

(agf)

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FI e il ministro Crosetto spingono per il sì se ci sarà il via libera dell’Onu. Il veto della Lega. Rischio isolamento per Roma
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Mesi fa, nel corso di interlocuzioni informali, Matteo Salvini aveva consegnato a Palazzo Chigi un segnale inequivoco: non sosterremo mai la presenza di truppe italiane in Ucraina, piuttosto votiamo contro il governo. Minacce poi rese pubbliche dal leader leghista ed accompagnate da critiche feroci al “bellicismo” di Emmanuel Macron. Giorgia Meloni reagì quasi subito. Partendo da questa valutazione: è assai improbabile che soldati europei della coalizione di volenterosi possano mai essere accettati dalla Russia, dunque Roma si esporrà contro l’eventuale missione. Adesso che però il presidente francese è riuscito nell’impresa di riunire molte capitali sul progetto – e soprattutto ora che è arrivato il via libera americano - la situazione sembra essersi improvvisamente complicata. Come si comporterà l’Italia, di fronte a una missione larga e accettata dai belligeranti? La riflessione, nelle ultime ore, sta ufficiosamente iniziando a farsi largo al vertice dell’esecutivo. Faticoso e poli…

Mesi fa, nel corso di interlocuzioni informali, Matteo Salvini aveva consegnato a Palazzo Chigi un segnale inequivoco: non sosterremo mai la presenza di truppe italiane in Ucraina, piuttosto votiamo contro il governo. Minacce poi rese pubbliche dal leader leghista ed accompagnate da critiche feroci al “bellicismo” di Emmanuel Macron. Giorgia Meloni reagì quasi subito. Partendo da questa valutazione: è assai improbabile che soldati europei della coalizione di volenterosi possano mai essere accettati dalla Russia, dunque Roma si esporrà contro l’eventuale missione. Adesso che però il presidente francese è riuscito nell’impresa di riunire molte capitali sul progetto – e soprattutto ora che è arrivato il via libera americano - la situazione sembra essersi improvvisamente complicata. Come si comporterà l’Italia, di fronte a una missione larga e accettata dai belligeranti? La riflessione, nelle ultime ore, sta ufficiosamente iniziando a farsi largo al vertice dell’esecutivo. Faticoso e politicamente complesso restare infatti fuori, se la gran parte dei big dell’Unione dovessero dire sì. Forza Italia è pronta al disco verde, se l’operazione dovesse ottenere l’ombrello dell’Onu. E anche il principale partito dell’opposizione, il Pd di Elly Schlein, si prepara con ogni probabilità a sostenere il progetto, soprattutto se avallato da un timbro multilaterale.

Un passo indietro, necessario per comprendere quanto scivoloso sia il terreno su cui si muove la presidente del Consiglio negli ultimi giorni. Quando nacque l’idea dei volenterosi, all’inizio del 2025, la reazione nel governo non fu unanime: mentre Salvini accusava i guerrafondai anglo-francesi, figure di spicco dell’esecutivo si smarcavano. Ad esempio, Antonio Tajani («non inviare militari in missione che non siano delle Nazioni unite, è l’unica condizione per noi per mandarli»), ma anche Giovanbattista Fazzolari: «Se un domani dovesse esserci una missione Onu, si potrà magari ragionare». Questa opzione è stata via via ridimensionata. Prima immaginando l’impegno di sminatori. Poi sfumando anche quest’ultima idea, soppiantata da un netto no di impronta salviniana: niente “boots on the ground”, punto.

Ecco dunque il nodo con cui adesso e nelle prossime settimane dovrà fare i conti Meloni, dopo aver valutato per lunghi mesi che non si sarebbe neanche posta la questione. Convinta, assieme a buona parte della diplomazia, che l’opzione fosse sostanzialmente sfumata. Le riunioni a Parigi e Londra vissute come sterili, quasi inutili, ripetitive. Gli attuali segnali di una possibile tregua si sono moltiplicati. La benedizione della Casa Bianca ha fatto il resto. E tre settimane fa, Guido Crosetto è tornato ad affrontare lo scenario - ancora futuribile - di una spedizione autorizzata dal Palazzo di Vetro, ribadendo la linea che era stata scelta all’inizio dell’avventura dei volenterosi: «L’Italia ha sempre partecipato alle missioni Onu».

A complicare ulteriormente il quadro, quanto accade nel Pd. Su Repubblica, il dem Enzo Amendola ha aperto ieri alla possibilità che il suo partito sostenga un’eventuale missione, apprezzata anche dal principale big socialista di governo in Europa, lo spagnolo Pedro Sanchez. «Se ci sarà un mandato multilaterale – ha detto l’ex ministro - come da tradizione bisognerà prenderlo in considerazione». Non è ancora la posizione ufficiale di Schlein, ma si candida a diventarla. E non solo perché ieri anche i riformisti dem si sono esposti («non ho capito perché i soldati italiani – ha detto Filippo Sensi – non dovrebbero dare il loro contributo nel dopoguerra»). Ma perché la linea del Nazareno è storicamente favorevole, soprattutto sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Complesso, per Meloni, gestire la tenaglia sull’Ucraina (mentre nel dossier palestinese Roma spera di ottenere per la premier un posto nel board di Gaza che sarà annunciato la prossima settimana da Trump). Tanto più che le principali potenze continentali ed extraeuropee sono pronte ad aderire. Un modo anche di posizionarsi al meglio in vista della ricostruzione dell’Ucraina. Ma anche la miglior garanzia per rendere più efficace l’articolo 5 sul modello della Nato. Che Meloni ha chiesto e ottenuto. Ma a cui l’Italia intende negare il principale strumento di deterrenza, vale a dire le truppe sul terreno.

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