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Meloni, quei toni da talk per nascondere il flop crescita

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Se sulla giustizia la presidente del Consiglio è andata all’attacco, è apparsa sulla difensiva, persino in difficoltà, quando le domande l’hanno incalzata sullo stato dell’economia
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Sembrava un conduttore di “Ore 14” o “Quarto grado”, con l’elenco dei casi di cronaca nera, invece era la presidente del Consiglio. Tornata per un giorno in versione Bibbiano, Giorgia Meloni ha impresso alla sua fluviale conferenza stampa — tre ore, quasi alla Fidel Castro — un’improvvisa svolta cattivista quando si è messa a parlare della magistratura.

Si capisce, da tempo è in campagna elettorale e ogni volta che ha un microfono di fronte, almeno quando parla entro i confini della “Nazione”, sono randellate in testa a giudici e pm. Lo avevamo visto già ai giardini di Atreju poche settimane fa. Il referendum incombe e, benché anche ieri abbia ripetuto che non ci saranno scossoni alla «maggioranza più solida di sempre», tutti sanno che una sconfitta il 22 e 23 marzo avrebbe l’effetto di una bomba sotto palazzo Chigi. Per cui bisogna delegittimare la magistratura, non importa apparire come una agit-prop, è necessario presentare decisioni complesse e articolate come attacchi al buon sen…

Sembrava un conduttore di “Ore 14” o “Quarto grado”, con l’elenco dei casi di cronaca nera, invece era la presidente del Consiglio. Tornata per un giorno in versione Bibbiano, Giorgia Meloni ha impresso alla sua fluviale conferenza stampa — tre ore, quasi alla Fidel Castro — un’improvvisa svolta cattivista quando si è messa a parlare della magistratura.

Si capisce, da tempo è in campagna elettorale e ogni volta che ha un microfono di fronte, almeno quando parla entro i confini della “Nazione”, sono randellate in testa a giudici e pm. Lo avevamo visto già ai giardini di Atreju poche settimane fa. Il referendum incombe e, benché anche ieri abbia ripetuto che non ci saranno scossoni alla «maggioranza più solida di sempre», tutti sanno che una sconfitta il 22 e 23 marzo avrebbe l’effetto di una bomba sotto palazzo Chigi. Per cui bisogna delegittimare la magistratura, non importa apparire come una agit-prop, è necessario presentare decisioni complesse e articolate come attacchi al buon senso degli italiani, alla famiglia (a cui i giudici cattivi vogliono strappare i figli), alla sicurezza personale e a quella delle città, fino alla richiesta più sconclusionata e irrituale, quella di «lavorare tutti nella stessa direzione» — pm, giudici e governo — per proteggere i cittadini. Pretesa curiosa, visto che la magistratura è chiamata, oltre che a perseguire i reati obbedendo alle leggi emanate dal Parlamento, anche a tutelare i diritti di tutti, anche quando il governo non è d’accordo. Perché così impone la Costituzione e la separazione dei poteri, a meno che Meloni non si sia portata avanti e abbia inteso anticipare la prossima stagione di riforme, quelle che imporrano alla magistratura cosa fare e cosa no, logica conseguenza del Sì alla separazione delle carriere e al doppio Csm.

Se sulla giustizia la premier è andata all’attacco, è invece apparsa molto sulla difensiva, persino in difficoltà, quando le domande l’hanno incalzata sullo stato dell’economia, sulle crisi industriali che marciscono, sui giovani che lasciano il Paese, sui salari più bassi dell’Unione europea. «Abbiamo fatto il nostro meglio, a risorse date», ha detto dopo aver portato a casa una legge di bilancio che non resterà negli annali. La crescita «sarà il grande focus dell’anno», ha promesso e non poteva che limitarsi a declinare la promessa al futuro visto che l’Istat a dicembre ha inchiodato il Pil italiano allo 0,5% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026. Sempre zero virgola qualcosa, la metà della media dell’area euro, nonostante l’enorme boost del Pnrr, peraltro giunto agli sgoccioli.

È questa la grande sfida persa dal governo di centrodestra, che non ha creato sconquassi finanziari come quello guidato da Berlusconi, ha ricevuto il pauso della agenzie di rating e la promozione della Commissione Ue, ma non è riuscito a imprimere alcun vero cambiamento nella asfittica curva della crescita italiana, non ha cambiato nessuno dei fattori di fondo che inchiodano la produttività o tengono i salari a livelli da fame. Un governo che lascia nel panorama industriale le stesse macerie che ha ereditato, a partire dall’ex Ilva, una acciaieria che, invece del carbone, brucia 50 milioni di euro al mese. Dopo quattro anni di mezzi passi e sostanziale immobilismo, l’unica offerta sul tavolo, quella avanzata dal fondo statunitense Flacks Group, sembra non vada bene e Meloni ha chiarito che «nessuna proposta che abbia un intento predatorio e opportunistico potrà essere avallata». Bene, ma allora cosa?

A dispetto di tutto, della paralisi e delle mancate risposte alle priorità del Paese, bisogna aggiungere che i sondaggi — se si votasse domani — premierebbero ancora il centrodestra. Una campana che dovrebbe suonare a martello nel campo progressista.

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