Il compleanno dei 50 anni di Repubblica. “Un giornale-famiglia, indipendenti per sempre”

18/01/26  Roma. Evento all Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone per i 50 anni del quotidiano La Repubblica.
18/01/26 Roma. Evento all Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone per i 50 anni del quotidiano La Repubblica. 

Il dialogo tra il direttore Orfeo e l’ex Ezio Mauro, la satira di Michele Serra, le battute di Geppi Cucciari sul possibile cambio di editore

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ROMA – Il giornalismo è come l’arte, «quando è fatto bene, cambia la vita delle persone, per questo Repubblica è anche un grande servizio al Paese». È Lorenzo Jovanotti, che sulla soglia dei sessanta alla proverbiale leggerezza ha unito anche la profondità, a regalare questa goccia di saggezza a Repubblica che celebra i suoi primi cinquanta anni. È una grande festa all’Auditorium di Roma, festa dei giornalisti, vecchi e nuovi, ricordo di chi non c’è più e resta nei cuori, festa di lavoratori ma anche, forse soprattutto, festa dei lettori più affezionati che riempiono la magnifica sala Sinopoli, alcuni arrivati da lontano in treno o in aereo. «Una festa di famiglia», la definisce il direttore Mario Orfeo.

Orfeo alla festa per i 50 anni di Repubblica: "Siamo una famiglia, tutti figli e nipoti di Scalfari"

E siccome in famiglia si deve parlare di tutto, su questo compleanno — è l’elefante nella stanza — aleggia anche la grande incognita del cambio dell’editore. Visto che ne parlano tutti, sarebbe paradossale non se ne parlasse sul palco. Il compito, per sdrammatizzare, se lo prende la comica Geppi Cucciari, che introduce il suo monologo con le note del sirtaki greco, in omaggio alla nazionalità del possibile nuovo proprietario. «È il giusto tributo alla nazione che, con le Olimpiadi, ha inventato lo slogan della sinistra italiana: l’importante è partecipare». Nella cassetta degli attrezzi, anche Michele Serra usa il grimaldello della satira per allontanare le nubi e immagina un calendario dei prossimi mesi con un lieto fine: i giornalisti che, dopo essere stati distrutti, riescono a ripartire da soli ciclostilando a mano la Repubblica. Ridiamoci su, perché «la satira non guarisce la malattia, ma almeno allevia i sintomi». E tuttavia Orfeo dà voce a quello che pensano tutti i giornalisti in sala, quelli rimasti in redazione a Roma o in giro per l’Italia e nel mondo: «Non rinunceremo mai a questa indipendenza e a questa libertà. Le difenderemo sempre».

A far ridere e intrattenere ci pensa il grande Gabriele Corsi, nel ruolo del bravo conduttore che cuce tutta la serata, volata via sui ritmi di una scaletta scritta da Giorgio Cappozzo e Francesco Velonà. Oltretutto, essendo sposato con Laura Pertici, Corsi strappa la risata più forte della festa: «Voi la leggete ma io con Repubblica ci mangio, ci dormo, ci vado in vacanza, c’ho fatto pure due figli!». Ecco allora il “Mount Rushmore” dei direttori, quando salgono sul palco Mario Orfeo ed Ezio Mauro e quest’ultimo, piemontese di ferro, confessa di essersi «non solo emozionato, ma anche commosso — una cosa che non avevo previsto — guardando la mostra sui cinquant’anni all’ex mattatoio. Grazie a Angelo Rinaldi che l’ha realizzata, il vero segreto del successo di Repubblica». E alla domanda di Orfeo su come abbia fatto a resistere vent’anni anni alla direzione, Mauro offre la sua ricetta: «Scalfari era il fondatore, il direttore e anche il proprietario del giornale, i giornalisti dovevano tutto a lui. Succedergli è stato come passare dalla teocrazia alla democrazia, dalla paternità alla fraternità. L’unico modo era patire e gioire insieme a loro, quello era il senso della stretta di mano della mattina con il capo redattore centrale. Un gesto simbolico che voleva dire a tutta la redazione: ci saranno momenti complicati, ma li affronteremo insieme e ce la faremo anche oggi».

Ezio Mauro alla festa per i 50 anni di Repubblica: "Accettai la direzione in quindici minuti”

Non è stato semplice all’inizio e non lo è stato anche negli anni della crescita, perché Repubblica non era un giornale come gli altri, ma prendeva parte. Luca Zingaretti legge il primo editoriale di Eugenio Scalfari, con quel proposito che rendeva trasparente l’identità del collettivo: «Un giornale di informazione il quale, anziché ostentare una illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente d’aver fatto una scelta di campo». Questa dichiarazione, trasformata in prassi quotidiana, genera apprezzamento ma pure formidabili avversari, se non proprio nemici.

Giannini alla festa di Repubblica: "Quella volta che Craxi ci querelò ma poi venne in redazione"

Spetta a Massimo Giannini elencarli, ricordare le passate battaglie contro i potenti di turno. Giulio Andreotti, ribattezzato «Belzebù» da Scalfari, rappresentava «il simbolo di tutti i mali del Paese, il debito pubblico, gli scandali finanziari, Sindona, la P2, Gladio, la mafia». Sarà, paradossalmente proprio Andreotti, grazie alla mediaione del fidato Ciarrapico, a portare all’accordo dopo la guerra di Segrate con l’altro grande avversario del giornale, Silvio Berlusconi. Quando infuriò la battaglia sulla proprietà del giornale, rammenta Giannini, «Scalfari in una memorabile assemblea ci chiamò tutti alla lotta: ci accusano di essere un giornale-partito, disse, e hanno ragione: siamo il partito del giornalismo». E dopo Andreotti, Bettino Craxi, dopo Craxi, Silvio Berlusconi, ma anche Massimo D’Alema, «che detestava i giornalisti e si infuriò quando Concita De Gregorio scrisse che si era fatto fare delle scarpe da un milione di lire». Ora l’avversaria è Giorgia Meloni, «che ci attacca perché vede solo nemici». E allora che si fa? «Avanti il prossimo!».

Repubblica50, il documentario

La serata scorre, tra commozione e risate. È la volta di uno che nel 1976 c’era, Corrado Augias, intervistato da Annalisa Cuzzocrea. «Anzi, per la verità quel primo giorno non c’ero e infatti non mi trovate nelle foto, perché Scalfari mi aveva spedito a New York ad aprire la sede di corrispondenza». Di quei tempi pioneristici, Augias ricorda una delle «rivoluzioni» di Scalfari, quella di far crescere le colleghe dando loro un ruolo che fino ad allora non avevano avuto in nessun altro giornale: «Le giornaliste di Repubblica furono le prime a firmare in prima pagina articoli di economia e politica estera, cosa che non era mai avvenuta». Augias ricorda il «momento più difficile» vissuto in redazione, durante il rapimento di Aldo Moro, «quando Scalfari scelse subito la linea della fermezza».

Gran finale con le canzoni di Giorgia, con Roberto Benigni, alla ricerca di un numero zero del giornale in cui compariva un articolo su un suo spettacolo di giovane comico sconosciuto. E Jovanotti che, dialogando con Concita De Gregorio, ci dedica un verso del poeta Pierluigi Cappello: «Tra l’ultima parola detta e la prima da dire. Lì stiamo».

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