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Referendum, gaffe di Salvini: “Con il sì i violenti di Torino sarebbero in carcere”. Ma non è così

(ansa)

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La procura aveva chiesto il carcere per i tre manifestanti, mentre sono stati i giudici a decidere di non tenerli in galera. Nel tentativo di colpire la magistratura, il leghista finisce per portare un argomento a favore di una separazione dei ruoli che già oggi esiste nella prassi giudiziaria
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Travolto dal caso Vannacci, Matteo Salvini scivola anche sul referendum della giustizia, finendo per attaccare frontalmente la magistratura proprio mentre la Lega prova a intestarsi la campagna per il sì. Prima su X, poi in conferenza stampa, il vicepremier prende spunto dai fatti di Torino per rilanciare una polemica che va ben oltre il singolo episodio.

Il tribunale di Torino ha infatti deciso di rimettere in libertà tre arrestati per gli scontri seguiti alla manifestazione su Askatasuna, disponendo per uno gli arresti domiciliari e per gli altri due l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. «Già a piede libero. Vergogna. Votare “sì” al referendum sulla giustizia è un dovere morale», ha scritto Salvini.

Una presa di posizione che, però, finisce per svelare una confusione di piani che gli viene immediatamente contestata dal comitato per il no. La procura, infatti, aveva chiesto il carcere per tutti e tre i manifestanti, mentre sono stati i giudici a decidere di non tenerli…

Travolto dal caso Vannacci, Matteo Salvini scivola anche sul referendum della giustizia, finendo per attaccare frontalmente la magistratura proprio mentre la Lega prova a intestarsi la campagna per il sì. Prima su X, poi in conferenza stampa, il vicepremier prende spunto dai fatti di Torino per rilanciare una polemica che va ben oltre il singolo episodio.

Il tribunale di Torino ha infatti deciso di rimettere in libertà tre arrestati per gli scontri seguiti alla manifestazione su Askatasuna, disponendo per uno gli arresti domiciliari e per gli altri due l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. «Già a piede libero. Vergogna. Votare “sì” al referendum sulla giustizia è un dovere morale», ha scritto Salvini.

Una presa di posizione che, però, finisce per svelare una confusione di piani che gli viene immediatamente contestata dal comitato per il no. La procura, infatti, aveva chiesto il carcere per tutti e tre i manifestanti, mentre sono stati i giudici a decidere di non tenerli in galera. Una scelta che, al di là del merito del provvedimento,conferma ancora una volta come le decisioni dei tribunali non coincidano automaticamente con le richieste dei pm, smentendo implicitamente proprio la narrazione proposta dal leader leghista.

Il paradosso è che Salvini, nel tentativo di colpire la magistratura, finisce per portare un argomento a favore di una separazione dei ruoli che già oggi esiste nella prassi giudiziaria, offrendo agli avversari un assist politico involontario. Una “scivolata”, appunto, che arriva in un momento delicato della campagna referendaria, segnata dal rischio dell’astensione e da un clima che il centrodestra prova a rendere il più possibile polarizzato.

Nelle ultime ore Salvini ha così alzato ulteriormente i toni, lanciando una vera e propria chiamata alle armi sul referendum. «È fondamentale la partecipazione», ha detto. «Chi sta a casa è complice del mancato cambiamento. I sondaggi sono favorevoli al sì, ma attenzione: per il fronte del no questa è una battaglia di sopravvivenza». «Da segretario della Lega l’impegno è che le 1.300 sedi del partito diventino altrettanti comitati per il sì», ha annunciato. «Già da questo fine settimana saremo in piazza coni gazebo per informare. È un’occasione storica per il cambiamento».

Poi l’affondo finale, che torna a saldare piazza, Parlamento e tribunali in un’unica lettura complottistica del dissenso: «Parte della sinistra farà le barricate, e una parte le barricate in piazza le fa davvero. Se uno unisce i puntini, certo nervosismo di piazza, di Aula e di tribunale combacia con la paura».

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