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Nostalgico e filo-Putin, la beffa dell’ex parà Vannacci che sogna D’Annunzio

Il candidato per la Lega, Robero Vannacci

 (ansa)

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Il militare da tempo lavora a una nuova creatura dopo il libro che ha lanciato la sua carriera politica
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ROMA – «Siamo trenta d’una sorte/ e trentuno con la morte./ Eia, Eia! Alalà!». E via, è partito, e chi lo ferma più il Vannacci. Come il suo mito Gabriele D’Annunzio, scrittore e soldato, ieri la beffa di Buccari, Alalà, oggi la beffa di Salvini. «Sono lusingato di questa nomina. Ringrazio per la fiducia che non tradirò», diceva un anno fa ricevendo dallo sventurato Salvini gli alamari da vicesegretario. Ma la verità è che il suo partito personale Vannacci, paracadutista ma soprattutto para-vento, l’ha avuto in mente fin dall’inizio.

Sono due anni che ci lavora, passettino passettino, alla luce del sole e solo chi non voleva vederlo non l’ha visto: team Vannacci nascevano ovunque, da nord a sud, con nomi che erano tutto un programma: Balilla, Junio Valerio Borghese... Nascondersi alla luce del sole, dicono gli inglesi. «Io fascista? Se me lo dicono non mi offendo, è una cosa del passato, come se mi dicessero che sono borbonico».

Così ha fatto e figuriamoci se si faceva convincere da L…

ROMA – «Siamo trenta d’una sorte/ e trentuno con la morte./ Eia, Eia! Alalà!». E via, è partito, e chi lo ferma più il Vannacci. Come il suo mito Gabriele D’Annunzio, scrittore e soldato, ieri la beffa di Buccari, Alalà, oggi la beffa di Salvini. «Sono lusingato di questa nomina. Ringrazio per la fiducia che non tradirò», diceva un anno fa ricevendo dallo sventurato Salvini gli alamari da vicesegretario. Ma la verità è che il suo partito personale Vannacci, paracadutista ma soprattutto para-vento, l’ha avuto in mente fin dall’inizio.

Sono due anni che ci lavora, passettino passettino, alla luce del sole e solo chi non voleva vederlo non l’ha visto: team Vannacci nascevano ovunque, da nord a sud, con nomi che erano tutto un programma: Balilla, Junio Valerio Borghese... Nascondersi alla luce del sole, dicono gli inglesi. «Io fascista? Se me lo dicono non mi offendo, è una cosa del passato, come se mi dicessero che sono borbonico».

Così ha fatto e figuriamoci se si faceva convincere da Luca Zaia a moderarsi e rispettare le origini antifasciste della Lega bossiana. Uno che, da comandante della missione in Iraq, dieci anni fa, ha presentato due esposti per denunciare i vertici della Difesa, cioè i suoi capi, di «gravi omissioni nella tutela della salute dei militari esposti alle particelle di uranio impoverito» può farsi spaventare da Massimiliano Romeo?

Se c’è un dato nella biografia da “duro” dell’ex militare, che da tre anni sta imbarazzando il centrodestra per le sue posizioni nostalgiche, omofobe, filoputiniane e razziste, è che non è facile piegarlo. E soprattutto non è facile prenderlo in castagna, dice e non dice, ammette e ritratta subito. «Anche se Paola Egonu è italiana di cittadinanza, è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità», scrive nel libro-manifesto autoprodotto “Il mondo al contrario”. Ma guai a dargli del razzista. «Razzismo ed istigazione all’odio sono reati gravissimi e se il mio libro fosse davvero razzista e discriminatorio sarei davanti ad un giudice», è il sillogismo con cui si difende. E poi che volete, il generale ha anche una bella moglie romena, Camelia Mihailescu, potrebbe mai essere un fautore della pura razza italiana?

L’unico che non si fa incantare e lo mette subito nel mirino è il suo datore di lavoro, il ministro della Difesa Guido Crosetto. Proprio non lo può vedere, lo confina all’Istituto geografico militare, d’accordo con i generaloni dello Stato maggiore, ma Repubblica anticipa i contenuti di quello che diventerà un best-seller da duecentomila copie. Non si può far finta di niente. Allora Crosetto parte alla carica. Quelle del generale sono «farneticazioni personali», béccati l’esame disciplinare e pure la sospensione dall’esercito per undici mesi. Crosetto lo colpisce dove fa male: detrazione di anzianità e dimezzamento dello stipendio per un anno, altro che scivolo per la pensione. L’ormai ex generale si rifarà con la ricca indennità da europarlamentare che gli passa l’odiata Bruxelles, quando convince Salvini a candidarlo capolista in tutte le circoscrizioni e vola sopra Strasburgo sulle ali di mezzo milione di preferenze, come D’Annunzio sopra Vienna.

Ma quest’episodio consente di gettare una luce sul capitolo dei soldi, che le voci maligne dei suoi nemici indicano come uno dei punti deboli dell’ex capo della Folgore e degli Incursori. Alcuni fuoriusciti dai team Vannacci, gli ex coordinatori di Milano, Varese, e Verona pochi giorni fa hanno scritto un comunicato spietato, sollevando il velo su quello che accade dentro la creatura politica vannacciana. Oltre alle accuse di caos, c’è una denuncia di scarsa trasparenza proprio sul denaro: «L’unico vero interesse dimostrato dalla dirigenza è stato quello di organizzare incontri pubblici a pagamento, trasformando quello che avrebbe dovuto essere un movimento politico in una sorta di circuito commerciale». Queste accuse lo rincorrono, anche quando è addetto militare all’ambasciata di Mosca — uno dei posti dove lo hanno esiliato — viene aperta un’inchiesta amministrativa sull’uso di una Bmw di servizio, su come spende liberamente il cash del fondo “Promozione Italia” e per le indennità estere attribuite dai suoi familiari anche quando non sono in Russia. La Difesa decreta il proscioglimento dell’ufficiale perché non si ravvisa «dolo o colpa grave». Vannacci ne esce pulito: chi lo ama lo segua.

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