Non è più tempo per i pugni chiusi alla Tommie Smith, con i suoi guanti neri alti nel cielo di Messico ’68, né per la protesta in ginocchio negli anni in cui la rabbia di Black Lives Matter è finita sui campi dell’Nfl, il football d’oltreoceano. Nelle Olimpiadi più blindate, protocollate, controllate di sempre, però, ci sono anche gli atleti americani che hanno trovato il loro spazio per altre forme di dissenso.
Difficilmente leggeremo «Ice Out» sulle tute di chi nelle prossime settimane gareggerà in Italia, i regolamenti a riguardo sono rigorosissimi, ma il messaggio in qualche modo è passato. Una rivolta silenziosa, fatta di post, reel, condivisioni social più o meno esplicitamente diretti alle politiche dell’amministrazione Trump, alle violenze dell’Ice e alle tensioni su immigrazione, diritti e disuguaglianze, che negli Stati Uniti non è passata inosservata.
Il volto simbolo di questa prova di «resistenza culturale» a distanza, – è una delle definizioni usate nelle piazze pos…
Non è più tempo per i pugni chiusi alla Tommie Smith, con i suoi guanti neri alti nel cielo di Messico ’68, né per la protesta in ginocchio negli anni in cui la rabbia di Black Lives Matter è finita sui campi dell’Nfl, il football d’oltreoceano. Nelle Olimpiadi più blindate, protocollate, controllate di sempre, però, ci sono anche gli atleti americani che hanno trovato il loro spazio per altre forme di dissenso.
Difficilmente leggeremo «Ice Out» sulle tute di chi nelle prossime settimane gareggerà in Italia, i regolamenti a riguardo sono rigorosissimi, ma il messaggio in qualche modo è passato. Una rivolta silenziosa, fatta di post, reel, condivisioni social più o meno esplicitamente diretti alle politiche dell’amministrazione Trump, alle violenze dell’Ice e alle tensioni su immigrazione, diritti e disuguaglianze, che negli Stati Uniti non è passata inosservata.
Il volto simbolo di questa prova di «resistenza culturale» a distanza, – è una delle definizioni usate nelle piazze post Minneapolis – è del resto una delle stelle più luminose della spedizione Usa di Milano-Cortina. Chloe Kim, 25 anni, snowboardista californiana di genitori coreani, oro olimpico di halfpipe a Pyeongchang 2018 e Pechino 2022 con ambizioni da tris la prossima settimana a Livigno.
Super atleta da copertina e sponsor globali che già aveva trovato il modo di evitare di stringere la mano all’attuale presidente americano nel 2018, tempi di primo mandato Trump, saltando tra le polemiche la cerimonia organizzata alla Casa Bianca per celebrare le vittorie olimpiche di allora. E che al suo arrivo sulla neve italiana ha voluto ribadire il concetto con meno nettezza, ma altrettanta chiarezza.
«I miei genitori hanno lasciato la Corea in cerca di un futuro migliore – ha raccontato al suo milione e passa di follower – si sono lasciati alle spalle tutto quello che sapevano perché io e le mie sorelle potessimo avere la possibilità di vivere il sogno americano». «Quando gareggio sul grande palco dello sport, lo faccio con immenso orgoglio – è il messaggio di Kim – rappresento il mio paese ma anche coloro che hanno fatto un atto di fede, e sono venuti in Usa portando speranze, sogni e coraggio. Orgogliosa di rappresentare un paese più forte quando abbraccia diversità, dignità, speranza».
Una stoccata riconosciuta alla deriva dell’ultima America, che non per caso è stata condivisa da tutte le sue compagne di squadra di snowboard, ma anche (tra i tanti) più di un componente della nazionale americana di sci nordico, altri freestyle, pure atleti non direttamente in gara sotto bandiera americana.
Come Gus Kenworthy, sciatore freestyle e attivista anglo americano, che negli anni ha gareggiato sia per gli Stati Uniti sia per la Gran Bretagna (con cui sta partecipando a queste Olimpiadi), argento a Sochi nel 2014, che sui social ha postato un più esplicito «Fuck Ice» scritto con l’urina nella neve (!), fotografato e condiviso insieme a un messaggio ai cittadini americani, per chiedere loro di «contattare i senatori per chiedere un controllo più severo sulle operazioni dell'Ice: sono state uccise persone innocenti, e quando è troppo è troppo».
Oppure Ukaleq Slettemark, la biatleta groenlandese che nei giorni delle prime tensioni internazionali aveva definito Trump senza mezze misure «un idiota». «Che siate repubblicani, democratici o indipendenti, il governo americano fa il tifo per voi», ha detto il vicepresidente JD Vance agli atleti al suo arrivo a Milano. Non tutti, però, fanno il tifo per il governo americano.