ROMA – Sì, il dibattito sì. Quattro ore di confronto a viso aperto. La direzione Pd conferma una maggioranza larghissima a favore della linea di Elly Schlein e una minoranza sempre più ristretta e sempre più a disagio. Alla fine, la relazione della segretaria dem viene approvata con 162 sì e solo 11 astenuti, rappresentanti di un’area riformista ormai ridotta a riserva indiana (salirebbero a 18 con gli assenti). Incassano comunque una vittoria politica: aver sollecitato e ottenuto uno spazio per dare voce al proprio dissenso. Giudicato finora troppo compresso: due sole direzioni nel 2025, l’ultima a settembre ma dedicata alle liste per le regionali.
In apertura, per allontanare l’immagine di una forza politica ripiegata su se stessa, la leader guarda fuori: parla a lungo del «percorso d’ascolto» inaugurato lo scorso weekend, sette tappe parallele al tour per il no al referendum. «Vogliamo chiedere ai cittadini: come stai?». Alla lettera: da oggi i militanti pd distribuiranno dei quest…
ROMA – Sì, il dibattito sì. Quattro ore di confronto a viso aperto. La direzione Pd conferma una maggioranza larghissima a favore della linea di Elly Schlein e una minoranza sempre più ristretta e sempre più a disagio. Alla fine, la relazione della segretaria dem viene approvata con 162 sì e solo 11 astenuti, rappresentanti di un’area riformista ormai ridotta a riserva indiana (salirebbero a 18 con gli assenti). Incassano comunque una vittoria politica: aver sollecitato e ottenuto uno spazio per dare voce al proprio dissenso. Giudicato finora troppo compresso: due sole direzioni nel 2025, l’ultima a settembre ma dedicata alle liste per le regionali.
In apertura, per allontanare l’immagine di una forza politica ripiegata su se stessa, la leader guarda fuori: parla a lungo del «percorso d’ascolto» inaugurato lo scorso weekend, sette tappe parallele al tour per il no al referendum. «Vogliamo chiedere ai cittadini: come stai?». Alla lettera: da oggi i militanti pd distribuiranno dei questionari su tutto il territorio. Poi tocca la giustizia, la politica estera, il Sud devastato dal maltempo e «abbandonato», la sicurezza «fallimento del governo e non dei sindaci». Alle questioni interne Schlein arriva solo all’ultima curva. Rivolge ai riformisti un passaggio breve ma netto: «È sano che ci sia una minoranza». Ricorda di essere stata nella stessa posizione, «quando la minoranza veniva sbeffeggiata». Poi però traccia le sue colonne d’Ercole: «È sbagliato dare fuori l’idea che il partito abbia linee diverse, perché ne ha una sola, non due, non tre e non nessuna».
Da lì, il dibattito che segue – a porte chiuse, bocciato lo streaming – è senza finzioni. L’accusa più dura, ancora una volta, è della vicepresidente dell’Europarlamento Pina Picierno: «I fondatori del Pd, da Prodi a Veltroni, non si riconoscono più nel partito». All’esterno, è l’unica a evocare l’uscita: «Cercheremo di capire se ci sono ancora le condizioni perché questa sia la casa di tutti». Più morbido per indole, non meno affilato nella sostanza, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini batte sul dente dolente delle alleanze: «Non è che possiamo farci menare in giro da Conte che non vuole mai un tavolo sul programma». Con il rischio, argomenta, che arrivati a ridosso delle elezioni la riflessione soccomba all’urgenza di presentarsi uniti. In tanti, tra i quali Sandra Zampa, Giorgio Gori e Simona Malpezzi, criticano il post che associa chi voterà sì ai fascisti di Casapound: «Inaccettabile, alcuni sono nel nostro campo». Sul referendum, nella maggioranza, battono soprattutto Peppe Provenzano, Michela Di Biase e Roberto Speranza, tra i tessitori del “correntone di Montepulciano”: non possiamo apparire divisi a ridosso di una consultazione fondamentale per indebolire Meloni. «Anche perché – dice l’ex ministro della Salute - in gioco c’è il futuro capo dello Stato». Con un appunto per la leader: «Non possiamo perdere nessun elemento culturale». Un equilibrio fragile, da coltivare. Per questo, la minoranza incassa anche un odg per «una maggiore integrazione Ue», possibile tema di una direzione post-referendum. Sempre che i risultati non riportino in superficie un fiume carsico: lo spettro di un nuovo congresso.