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Eurobond, Messori: “Dall’accordo con Merz guadagnano solo i tedeschi”

MARCELLO MESSORI DOCENTE 

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L’economista: “L’accordo voluto dalla premier porta l’Europa verso la frammentazione che sta a cuore agli Usa”
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L’Europa arriva al vertice che doveva sancirne l’unità in nome della competitività, più divisa che mai. «E l’Italia si trova ancora una volta nella posizione del vaso di coccio fra l’intransigenza francese e quella tedesca sugli eurobond», dice Marcello Messori, economista dell’European university institute di Firenze,già consulente del Parlamento di Strasburgo e direttore della School of European political economy della Luiss. «Per il governo è stato un azzardo firmare con Berlino il documento del 27 gennaio, il “non-paper” che ha scatenato il vespaio di polemiche che ci portano fino ad oggi, zeppo di contraddizioni e dal quale l’Italia non ha nulla da guadagnarci se non il mero fatto di “esserci” in Europa».

Ma l’intento non era condivisibile, rafforzare l’Unione per difendersi dalle insostenibili pressioni statunitensi?

«Sì, però è stato declinato in modo discutibile. Perché sostenere, nel documento italo-tedesco, una drastica deregolamentazione? Così si fa il gioco degli americani…

L’Europa arriva al vertice che doveva sancirne l’unità in nome della competitività, più divisa che mai. «E l’Italia si trova ancora una volta nella posizione del vaso di coccio fra l’intransigenza francese e quella tedesca sugli eurobond», dice Marcello Messori, economista dell’European university institute di Firenze,già consulente del Parlamento di Strasburgo e direttore della School of European political economy della Luiss. «Per il governo è stato un azzardo firmare con Berlino il documento del 27 gennaio, il “non-paper” che ha scatenato il vespaio di polemiche che ci portano fino ad oggi, zeppo di contraddizioni e dal quale l’Italia non ha nulla da guadagnarci se non il mero fatto di “esserci” in Europa».

Ma l’intento non era condivisibile, rafforzare l’Unione per difendersi dalle insostenibili pressioni statunitensi?

«Sì, però è stato declinato in modo discutibile. Perché sostenere, nel documento italo-tedesco, una drastica deregolamentazione? Così si fa il gioco degli americani che vogliono campo libero per le Big Tech. Sarebbe stato più logico appoggiare una regolazione certo più circoscritta però chiara, cogente e precisa. Ancora: perché sostenere l’allentamento degli aiuti di Stato?»

Non è sempre stata, quest’ultima, una parola d’ordine dell’Europa?

«Inserita in un documento bilaterale fra due Paesi dalla capacità fiscale così diversa suona come una disfatta per l’Italia, schiacciata dal suo debito e con risorse scarsissime. Si crea un’asimmetria dove a guadagnarci è la Germania, che ha al contrario di noi un’ampia disponibilità di soldi in cassa vista la politica di risparmio esasperato fin qui seguita, e che ha un programma di aiuti pubblici ben definito incentrato sulle spese per la difesa. Oltretutto, il via libera a un esercito sempre più forte per un Paese dove l’Afd è in crescita, è abbastanza rischioso».

Insomma, per Giorgia Meloni è stata una mossa infelice l’aver aderito a un progetto bilaterale così formulato e per di più tanto sbandierato?

«Il sospetto è che ci sia un “non detto”: l’Italia spera di ricevere un supporto quando chiederà un prolungamento del Pnrr con un ampliamento della disponibilità, vista l’esistenza di una cospicua parte non utilizzata. Sarebbe stato più costruttivo aderire senza se e senza ma alla proposta di un fondo europeo per la competitività che fa parte della discussione sul bilancio 2028-2035 dell’Unione».

Che ne è del «federalismo pragmatico» di Draghi?

«Accordi come quello italo-tedesco, con lo strascico di polemiche che si è portato dietro, rilanciano viceversa la visione confederale di cui si è reso vessillifero anche Giulio Tremonti. Ma così facendo riproduciamo la frammentazione che sta a cuore a Trump. Perfino la Germania, che ci sembra così potente vista da qui, è troppo piccola per competere con le grandi potenze e avrà da rimetterci sul lungo termine».

In tutto questo si è inserita la proposta francese degli eurobond.

«Ecco che scatta inevitabile la tenaglia per l’Italia, che avrebbe tutto da guadagnarci da una nuova emissione, così come era prevedibile il diniego tedesco. Già sarà complicato emettere i 90 miliardi concordati per il prestito all’Ucraina in sostituzione degli asset russi: la richiesta francese spariglia la partita».

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