ROMA – È solo, Antonio Tajani, quando dai banchi del governo, abitati giusto da un paio di sottosegretari, annuncia nell’aula di Montecitorio ciò che Giorgia Meloni aveva deciso sin dal principio: l’Italia parteciperà come osservatore al Board of peace voluto da Trump per trasformare le rovine di Gaza nella Miami del Medio Oriente. Il ministro Paolo Zangrillo, stessa casata azzurra, sopraggiunge appena dopo: serve a dare man forte, reggere una posizione che un poco imbarazza gli europeisti di Forza Italia.
Non è un caso se l’inquilino della Farnesina liquida le sue comunicazioni in meno di venti minuti. Durante i quali riesce a non nominare mai il presidente Usa e solo di striscio il piano che in un colpo solo fa strame delle Nazioni Unite, del diritto internazionale, persino della pietas verso i palestinesi: massacrati prima ed estromessi poi dalla ricostruzione della loro terra. Fra le proteste delle opposizioni, pronte invece a smascherare — con una risoluzione sottoscritta per l…
ROMA – È solo, Antonio Tajani, quando dai banchi del governo, abitati giusto da un paio di sottosegretari, annuncia nell’aula di Montecitorio ciò che Giorgia Meloni aveva deciso sin dal principio: l’Italia parteciperà come osservatore al Board of peace voluto da Trump per trasformare le rovine di Gaza nella Miami del Medio Oriente. Il ministro Paolo Zangrillo, stessa casata azzurra, sopraggiunge appena dopo: serve a dare man forte, reggere una posizione che un poco imbarazza gli europeisti di Forza Italia.
Non è un caso se l’inquilino della Farnesina liquida le sue comunicazioni in meno di venti minuti. Durante i quali riesce a non nominare mai il presidente Usa e solo di striscio il piano che in un colpo solo fa strame delle Nazioni Unite, del diritto internazionale, persino della pietas verso i palestinesi: massacrati prima ed estromessi poi dalla ricostruzione della loro terra. Fra le proteste delle opposizioni, pronte invece a smascherare — con una risoluzione sottoscritta per la prima volta da tutti i partiti di minoranza — l’organismo «organizzato come un golf club di Mar-a-Lago», oltre alla «gigantesca speculazione sulle macerie della Striscia e il genocidio di un popolo».
Divaga, Tajani. Inizia con un invito al dialogo sulla politica estera che «non dev’essere terreno di scontro». Ribadisce che «l’Italia non può restare ai margini del processo di pace». Afferma solenne: «Voglio essere chiaro. Se qualcuno ritenesse che oggi esistano alternative concrete e praticabili a questo piano dimostrerebbe di non saper fare i conti con la realtà». Arruola fra i favorevoli Papa Leone, anche se in serata verrà smentito dal segretario di Stato Pietro Parolin, che a domanda sulla partecipazione di Roma risponde: «Il Vaticano non parteciperà, ci sono perplessità, criticità che andrebbero risolte».
Non c’è pathos nel discorso del ministro, scandito qua e là da qualche brusio. Finché non viene citata la risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che — secondo lui — affida al comitato trumpiano il compito di monitorare il processo di stabilizzazione. «Ma non è vero», urlano dai banchi di Pd e Avs gremiti, al contrario di quelli di FdI e Lega. Deciso, Tajani, a difendere un punto essenziale: «Alla riunione ci saranno l’Unione europea con la presidenza di turno cipriota e un rappresentante della Commissione». Faranno come l’Italia, è il sottinteso: il Paese che «ha fatto più di tutti» in quanto ad aiuti umanitari.
Una performance sottotono. Ma il peggio deve ancora venire. Accade quando le opposizioni cominciano a smontare pezzo per pezzo la versione al miele del ministro. «Lei dice che non c’è alternativa», attacca Elly Schlein, «l’alternativa era dire di no e mantenere la schiena dritta come hanno fatto gli altri paesi europei». Perché «eludere la Costituzione è come violarla. State cercando di aggirare un divieto costituzionale giocando con le parole», incalza la segretaria dem. Convinta che Meloni non riesca «a dire di no» al presidente Usa: «Voleva essere pontiera, ma è solo spettatrice, l’unica cosa che la preoccupa è non scontentare Trump. La vostra subalternità la paga a caro prezzo l’Italia». E poiché «quando la premier va all’estero rappresenta tutti noi, le chiedo di non andare a Washington», insiste, «di non partecipare al board con cui si vuol sostituire l’Onu». Gliel’aveva già detto Peppe Provenzano: «A cosa siete disposti per correre alla corte di Trump?», la domanda che prelude all’affondo: «La sente ancora Marina Berlusconi che in un’intervista ha criticato Trump e spiegato, testuale, che il suo “mondo non è quello che penso per me e i miei figli”? Qual è la vostra linea, quella della figlia del fondatore o la sua, ministro?». Il verde Bonelli punge: «È un board di dittatori, autocrati, finanzieri e miliardari. Scelga lei se si ritiene vassallo o valvassore». Di più: «È un comitato d’affari», rincara il 5S Ricciardi. «Che significa osservatori? Andiamo a fare i guardoni?», graffia Faraone di Iv. Ma è Riccardo Magi a provocare la reazione più stizzita: «Il governo scodinzola dietro a Trump». La risposta affidata alle repliche: «Non partecipiamo a nessun comitato, non scodinzoliamo dietro a Tony Blair» e «neanche dietro alla signora Merkel», taglia corto Tajani.
Concetto poi ripetuto in commissione Esteri al Senato. «Siamo accusati di leccare gli stivali a Trump, ma se pensiamo a chi si è più piegato», parte lancia in resta il ministro, «allora dovremmo ricordare Massimo D’Alema durante la guerra in Kosovo o Conte quando parlava con Merkel sottobanco». Il 5S Patuanelli sbotta. E il titolare della Farnesina si scalda: «Perché punti il dito, che fai, mi minacci?». Sorvolando sulla sua gaffe: nei citati governi D’Alema, vicepremier e ministro della Difesa era Mattarella.