Era convinto di essere intoccabile, Paolo Petrecca. Fino all’ultimo ha resistito, sicuro che i Fratelli — anche stavolta — l’avrebbero difeso fino alla morte: neppure di fronte all’imbarazzante telecronaca dell’apertura olimpica avrebbero rinunciato al primo direttore di testata che il partito di Giorgia Meloni era riuscito a conquistare nella tv di Stato quando il governo lo vedeva ancora col binocolo. E invece.
L’addio alla guida di RaiSport, mantenuto per appena 10 mesi, viene formalizzato all’inizio del Cda. A incaricarsi dell’annuncio è l’amministratore delegato Giampaolo Rossi, capo supremo della nidiata ex missina che da tre anni occupa il servizio pubblico: un amico, fino a quel momento. Petrecca si dimette. In realtà è stato costretto, ma questo non si può dire. Da lunedì al suo posto arriva, ad interim, il vicario Marco Lollobrigida, che a Milano ha subito brindato a champagne con i colleghi. Dovrebbe restare pure dopo, in pianta stabile, in fondo era lui il predestinato, ap…
Era convinto di essere intoccabile, Paolo Petrecca. Fino all’ultimo ha resistito, sicuro che i Fratelli — anche stavolta — l’avrebbero difeso fino alla morte: neppure di fronte all’imbarazzante telecronaca dell’apertura olimpica avrebbero rinunciato al primo direttore di testata che il partito di Giorgia Meloni era riuscito a conquistare nella tv di Stato quando il governo lo vedeva ancora col binocolo. E invece.
L’addio alla guida di RaiSport, mantenuto per appena 10 mesi, viene formalizzato all’inizio del Cda. A incaricarsi dell’annuncio è l’amministratore delegato Giampaolo Rossi, capo supremo della nidiata ex missina che da tre anni occupa il servizio pubblico: un amico, fino a quel momento. Petrecca si dimette. In realtà è stato costretto, ma questo non si può dire. Da lunedì al suo posto arriva, ad interim, il vicario Marco Lollobrigida, che a Milano ha subito brindato a champagne con i colleghi. Dovrebbe restare pure dopo, in pianta stabile, in fondo era lui il predestinato, appartiene alla stessa casata della premier, ma le manovre degli altri vice — in testa Riccardo Pescante, che in quanto più anziano aspirava alla transizione — sono già cominciate. L’uscente nel frattempo se ne andrà in ferie, almeno per un mese. In attesa che le acque si calmino e si possa trovare una camera di compensazione. All’indomani della figuraccia mondiale Petrecca aveva chiesto — per lasciare di sua sponte — non un’altra direzione, bensì due, agli Affari internazionali e alle Relazioni istituzionali: caselle strategiche ed entrambe vacanti, in seguito a pensionamenti e traslochi interni, che lui aveva suggerito di accorpare per intestarsele. Pretesa, per adesso respinta al mittente.
Quando la notizia piomba in Cda, i due consiglieri in quota centrosinistra, Roberto Natale e Alessandro Di Majo, parlano di «conclusione inevitabile», l’epilogo di «un pesante autogol che l’azienda avrebbe potuto evitare se solo avesse ascoltato la redazione quando si trattava di indicare il vertice della testata». Chi si indigna è, neanche troppo a sorpresa, Antonio Marano, il presidente facente funzione che il direttore dimissionato ha accontentato in ogni modo, arruolando in programmi e rubriche varie le sue protette: «Sarebbe giusto solidarizzare con lui, ha ricevuto minacce sul web e attacchi alla famiglia», si scalda il leghista. «Ha fatto un gran lavoro, cambiato il volto di RaiSport, vi chiedo di inserire nel comunicato finale un attestato di stima e gratitudine». Tutti si guardano interdetti, ma nessuno si esprime contro: inutile infierire. Almeno fino a quando — un’oretta più tardi — Petrecca non posta sul suo profilo Instagram il versetto tratto dal Vangelo di Matteo sulla rivelazione di Gesù durante l’Ultima cena: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Non serve aggiungere altro. Il ringraziamento sparisce dalla nota del Consiglio di amministrazione diffusa a fine seduta.
Intanto i giornalisti sportivi sospendono lo sciopero delle firme, ribadendo però la richiesta «di garanzie per il futuro» e di «una guida capace di affrontare le prossime sfide». Leggi i Mondiali di calcio. Mentre le opposizioni esultano: «Le dimissioni erano necessarie e arrivano comunque in ritardo», attacca il pd Stefano Graziano. Ma a Saxa Rubra c’è poco da festeggiare.
Dietro l’angolo si staglia un’altra grana, molto dibattuta (e contestata) anche in Cda. Dopo aver incontrato il capo del Personale e quello di RaiPubblicità, la redazione del Tg2 ha confermato lo stato di agitazione contro la striscia di Tommaso Cerno, il direttore del Giornale chiamato a esibirsi prima dell’edizione delle 13, la più seguita della rete, che a quell’ora registra il picco di share sull’intera giornata. L’avvio, previsto per il 2 marzo, è stato posticipato al 9. Ma i giornalisti del canale cadetto non la vogliono. «Cerno è un esterno, viene a fare propaganda, ci farà precipitare negli ascolti». Peraltro a un costo non proprio da saldo. Undicimila euro a puntata, tremila dei quali destinati all’ex senatore del Pd renziano ormai folgorato su Via della Scrofa. In onda dal lunedì al venerdì subito dopo i Fatti Vostri, durerà al massimo tre minuti e mezzo (quattro considerando la sigla). Facendo due conti, il conduttore incasserà all’incirca mille euro al minuto, pari a 15mila a settimana e 60mila al mese (fino a giugno). Un record da far impallidire persino Bruno Vespa. «Siamo schifati», reagiscono in coro i commissari 5S in Vigilanza: «Com’è possibile che si invochino costantemente risparmi su ogni minuzia» e poi «si buttino dalla finestra tutti questi soldi per gonfiare le tasche di uno dei principali trombettieri del governo?». Uno «schiaffo alle professionalità interne», accusa Peppe De Crostofaro di Avs. Ma il referendum è alle porte e per il sì non si mette bene. A TeleMeloni servono rinforzi.