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Giustizia, lite continua. Mantovano sulle toghe: “Lasceranno macerie”

(ansa)

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Il sottosegretario non abbassa i toni: “Gratteri indagherà chi vota si?”. L’opposizione: “Ribaltano la realtà”. La Lega: “Nordio aiuta il no”
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Sulla carta raccolgono l’appello del presidente della Repubblica. Si dicono «preoccupati» per il clima, temono le «macerie tra istituzioni» il giorno dopo il referendum. Invocano rispetto, moderazione, parole disarmate. Ma intanto sparano a zero. Come fosse una campagna elettorale contro un avversario politico, non un confronto con un altro potere dello Stato.

Il nuovo capitolo dello scontro sulla riforma della giustizia si è consumato ieri, quando il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il magistrato Alfredo Mantovano, prima si è detto preoccupato dei toni («se continuiamo così troveremo solo macerie tra istituzioni») e poi è tornato ad attaccare la magistratura. Nel mirino, ancora una volta, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, colpevole — secondo il governo — di aver evocato in un’intervista televisiva l’ipotesi di indagini sui commenti social legati al referendum, parlando di «pregiudicati e parenti di pregiudicati».

«Siamo arrivati al punto — ha detto Mantovano — c…

Sulla carta raccolgono l’appello del presidente della Repubblica. Si dicono «preoccupati» per il clima, temono le «macerie tra istituzioni» il giorno dopo il referendum. Invocano rispetto, moderazione, parole disarmate. Ma intanto sparano a zero. Come fosse una campagna elettorale contro un avversario politico, non un confronto con un altro potere dello Stato.

Il nuovo capitolo dello scontro sulla riforma della giustizia si è consumato ieri, quando il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il magistrato Alfredo Mantovano, prima si è detto preoccupato dei toni («se continuiamo così troveremo solo macerie tra istituzioni») e poi è tornato ad attaccare la magistratura. Nel mirino, ancora una volta, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, colpevole — secondo il governo — di aver evocato in un’intervista televisiva l’ipotesi di indagini sui commenti social legati al referendum, parlando di «pregiudicati e parenti di pregiudicati».

«Siamo arrivati al punto — ha detto Mantovano — che un procuratore della Repubblica ipotizza un’indagine su chi dichiara sui social dove metterà la croce sulla scheda?». La domanda è retorica, ma il messaggio politico è chiarissimo: la magistratura starebbe oltrepassando il confine. «Un criminale va perseguito per i reati che ha commesso, non per come voterà», ha aggiunto, denunciando toni «estremi» che non arriverebbero dai partiti ma «da esponenti della magistratura associata e non solo».

Non è un colpo nel mucchio. Mantovano cita anche il segretario dell’Anm, Rocco Maruotti, che nei giorni scorsi aveva usato parole durissime sulle possibili conseguenze della riforma. E mentre richiama tutti ad abbassare i toni, avverte che, se si continua così, dopo il voto potrebbero restare «macerie tra istituzioni e dentro le istituzioni». È il paradosso di una campagna che denuncia la radicalizzazione e allo stesso tempo la alimenta.

Forse perché i sondaggi raccontano sempre più di una partita aperta, con il no in risalita. Lo ha raccontato bene un’altra magistrata, Simonetta Matone, oggi deputata della Lega, che ha messo in fila i fatti con una franchezza che a palazzo Chigi non sempre si concede. «Se prima, grazie all’involontario endorsement di Gratteri, il rapporto tra i sostenitori del sì e quelli del no era dieci a zero — ha spiegato — oggi, grazie all’improvvida iniziativa di Nordio, siamo dieci a dieci». «È vero — ha detto — quello che ha detto Nordio sono cose che tutti pensiamo ma che non si possono dire pubblicamente. Abbiamo dato il là a una ripresa del no».

Parole che pesano, perché rompono la narrazione compatta del centrodestra e raccontano un timore più politico che istituzionale: che l’escalation verbale finisca per compattare l’opposizione e mobilitare gli indecisi.

Dall’altra parte, Elly Schlein respinge l’accusa e rovescia il tavolo. Parla di «ribaltamento della realtà» e invita a guardare i canali social di Fratelli d’Italia, dove — sostiene — «c’è un costante attacco e una delegittimazione dei giudici e delle loro decisioni». Proprio i canali social di FdI ieri hanno preso una cantonata: hanno scritto che la sentenza di Palermo sulla Sea-Watch era stata scritta dal giudice Morosini (attivo sul fronte del no) che, invece, è il presidente del tribunale. Walter Verini, senatore Pd, dice che «il referendum sarà inevitabilmente politico, perché così ha voluto il governo: questa riforma si inserisce in un quadro più generale. Si colpisce l’indipendenza della magistratura, si mortifica il Parlamento, quando in democrazia i controlli e i contropoteri sono fondamentali. Per questo le nostre ragioni sono sia di merito sia istituzionali e politiche». «Se dovesse vincere il no — dice Angelo Bonelli di Avs — il governo dovrà trarne le conseguenze». Proprio il Pd apre un altro fronte con il governo, che riguarda i fondi impiegati in questa campagna elettorale e il ruolo di palazzo Chigi. «Abbiamo visto i video di questi giorni: chiediamo a Meloni — dice l’onorevole Andrea Casu, annunciando un’interrogazione — di dirci chi sta pagando la campagna per il sì, se si stanno utilizzando mezzi e fondi pubblici. È una questione di trasparenza».

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