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Patto di fine legislatura, il piano B della premier in caso di sconfitta

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A palazzo Chigi si lavora a come reagire se la riforma viene bocciata: timori per i contraccolpi in Lega e FI. Tentazione voto anticipato
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Un po’ di ossigeno l’ha regalato ieri mattina l’ultimo sondaggio a uso interno commissionato da Forza Italia. Attribuisce al sì il 53,5%, ma con una stima dell’affluenza al 42%: ipotesi tutta da verificare. La realtà è che in queste ore la destra di governo spera nel meglio, ma si prepara al peggio. Per questo, a palazzo Chigi si lavora da giorni a un piano d’emergenza, da utilizzare in caso di sconfitta referendaria. Consiste in un nuovo patto di programma, due o tre misure forti da approvare nell’ultimo anno di legislatura. Prendere o lasciare. L’unica strada per tentare di evitare dodici mesi di logoramento e un pericoloso stallo dell’esecutivo.

A un mese dall’apertura delle urne, c’è un dato considerato ormai scontato dalle parti di palazzo Chigi: con l’eventuale vittoria del no, la maggioranza finirebbe preda di un pericoloso disequilibrio. L’instabilità promette di insinuarsi in Forza Italia e nella Lega. Ecco perché Meloni sarà chiamata a decidere tra due opzioni, entrambe risc…

Un po’ di ossigeno l’ha regalato ieri mattina l’ultimo sondaggio a uso interno commissionato da Forza Italia. Attribuisce al sì il 53,5%, ma con una stima dell’affluenza al 42%: ipotesi tutta da verificare. La realtà è che in queste ore la destra di governo spera nel meglio, ma si prepara al peggio. Per questo, a palazzo Chigi si lavora da giorni a un piano d’emergenza, da utilizzare in caso di sconfitta referendaria. Consiste in un nuovo patto di programma, due o tre misure forti da approvare nell’ultimo anno di legislatura. Prendere o lasciare. L’unica strada per tentare di evitare dodici mesi di logoramento e un pericoloso stallo dell’esecutivo.

A un mese dall’apertura delle urne, c’è un dato considerato ormai scontato dalle parti di palazzo Chigi: con l’eventuale vittoria del no, la maggioranza finirebbe preda di un pericoloso disequilibrio. L’instabilità promette di insinuarsi in Forza Italia e nella Lega. Ecco perché Meloni sarà chiamata a decidere tra due opzioni, entrambe rischiose: il voto anticipato, che proverà fino all’ultimo a evitare, o appunto un rilancio programmatico che eviti un anno di dolorosa paralisi.

Da quest’ultimo scenario dunque si parte. L’idea è che in caso di bocciatura della riforma serva una forzatura che dia slancio all’esecutivo. Innanzitutto, per preservare l’obiettivo del record di durata di un governo alla guida del Paese (ovviamente non vale la lunga dittatura del ventennio) e non rinunciare nella campagna delle politiche a uno slogan che la premier considera vincente: siamo l’esecutivo più longevo della storia d’Italia, votate per la stabilità e per altri cinque anni di governo.

Il problema non sarebbe ovviamente la tenuta di Fratelli d’Italia: la leader è salda, nessuno tra i suoi la insidia. Semmai, i timori della prima fascia meloniana si concentrano sugli alleati. Una sconfitta al referendum avrebbe effetti pesanti su Forza Italia, dove la famiglia Berlusconi potrebbe reclamare un ricambio al vertice — già vagheggiato nei mesi scorsi — prendendo a pretesto l’eventuale tonfo nella battaglia fondativa sulla giustizia. Ma il vero anello debole ha la residenza in via Bellerio: Matteo Salvini resiste alla guida del Carroccio grazie a un patto di non belligeranza con i suoi governatori, ma è evidente che i nemici interni potrebbero approfittare di una crisi per ribaltarne la leadership. Anche perché il partito di Roberto Vannacci continua a ricevere soddisfazioni nei sondaggi, alimentando una pericolosa concorrenza a destra.

E dunque, che fare? Come gestire l’eventuale caos? L’idea a cui lavora lo staff meloniano di palazzo Chigi parte da una sorta di patto di fine legislatura, un mini programma per l’ultimo anno alla guida del Paese. Prevede innanzitutto un intervento sul fisco, un segnale a sostegno del ceto medio e del Nord (sul Sud la partita delle politiche è giudicata difficilmente recuperabile). Ma anche nuove misure sulla sicurezza e l’immigrazione. E ovviamente, ma questo non sarà oggetto delle promesse ufficiali, una nuova legge elettorale.

Anche su questo punto, in realtà, la trattativa è complicata da un fattore: il premio nazionale oltre il 40%, senza paletti, è a rischio costituzionalità (e, ancora prima, esposto al vaglio del Colle). Gli sherpa di maggioranza lavorano dunque a correzioni, appesantiti però da un dilemma: è meglio presentare la riforma prima o dopo il voto del 22-23 marzo?

La decisione è condizionata anche dalla percezione delle reali chance di successo del no. Presentare una nuova legge dopo un’eventuale sconfitta referendaria, infatti, potrebbe apparire come una disperata forzatura per invertire un trend negativo nel consenso. Ma ufficializzarla prima potrebbe fornire argomenti alle opposizioni, che già si oppongono alla riforma della giustizia bollandola come un primo tassello di un piano per ottenere “pieni poteri” anche attraverso un nuovo sistema di voto e il premierato. In ogni caso, tutte le analisi si concludono con la consapevolezza che un fallimento referendario renderà complesso cambiare la legge elettorale.

E d’altra parte, a palazzo Chigi davvero non è ancora chiaro neanche quanto sia utile esporre la leader nell’ultimo mese di campagna. Ieri è stato ufficializzato per il 12 marzo un evento di FdI per il sì al teatro Franco Parenti di Milano, anche se non è ancora confermata la partecipazione di Meloni. E sempre ieri, gli emissari del centrodestra hanno ragionato di un evento nazionale il 18 marzo a Roma, ma senza i leader. L’obiettivo è evitare la fotografia della premier e dei suoi vice, che potrebbe mobilitare il fronte antigovernativo del no.

Sono tutti segnali di un’insicurezza che rischia di cronicizzarsi in caso di sconfitta del sì. Per arginarla, si prepara come detto il piano B. Ma nessuno, ormai, può escludere che alla fine non diventi più conveniente tentare l’azzardo elettorale, evitando un anno di instabilità.

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