Ministro Tommaso Foti, stavolta Donald Trump annuncia dazi globali del 15%. Il governo la considera una minaccia alla stabilità?
«Quella dei dazi è una scelta sbagliata che non giova all’economia europea e americana. Che siano un errore lo disse Meloni fin dall’inizio. Aggiungo però che non bisogna alimentare l’allarmismo, né farsi prendere da pulsioni di ritorsioni commerciali. Al di là dei profeti di sventura della sinistra, i fatti hanno già dimostrato che l’accordo tanto contestato tra Ue e Usa ha permesso all’Italia di registrare una crescita dell’export verso gli Stati Uniti del 7,2% nel 2025, rispetto al 2024. Poi è chiaro che la reazione dei singoli capi di governo è più dura o realistica in base all’interesse nazionale».
Quindi quella di Meloni sarebbe realistica? Sembra silente. Schlein dice: la premier difenderà l’Italia o Trump?
«Capisco l’invidia che possono provare Schlein o Conte vedendo Meloni osannata all’estero, ovunque vada, mentre di loro faticano a pronunciare il cognome, ammesso che lo ricordino. Ma la politica è un’altra cosa. Se avessimo perso gli oltre settanta miliardi di export verso gli Usa, a chi avrebbero chiesto conto Schlein o Conte? Non è questione di essere più o meno critici verso Trump, ma di abbaiare o meno alla luna: serve solo a far vedere che si sa abbaiare, senza ottenere risultati».
Intanto la Francia preme affinché l’Ue usi il “bazooka” per contrastare i dazi di Trump. L’Italia è d’accordo?
«A proposito dei dazi e dei contro-dazi, Reagan sosteneva: con i partner commerciali siamo sulla stessa barca, se uno fa un buco nello scafo, ha senso che l’altro ne faccia un altro? Alcuni dicono di sì e lo chiamano “fare i duri”, mentre io lo definisco stupido».
Dunque Reagan criticherebbe innanzitutto Trump.
«Ma io le ho premesso che è sbagliato applicare dazi. Era per dire che una politica di reazione si può sempre fare, ma potrebbe non dare risultati. Dalle guerre commerciali arrivano disastri commerciali».
La Germania chiede all’Ue una posizione unitaria. E domani (oggi, ndr) c’è la riunione dei ministri degli Esteri Ue: l’Italia cosa dirà?
«Chiederemo di costruire una posizione europea unitaria e ragionevole. Un compromesso con Washington è inevitabile, perché parliamo di trecento miliardi di export dell’Ue. Poi è chiaro che per percorrere questa strada bisogna essere in due e chi cammina con te non deve piazzare cavalli di frisia lungo il cammino. Dunque, non possiamo dare nulla per scontato».
Le aziende che operano negli Usa e dipendono dalle controllate di Stato italiane chiederanno indennizzi al governo americano?
«Servirebbe realismo. Qualcuno ha letto la sentenza? Pare dica che per gli indennizzi bisognerà rivolgersi ai singoli tribunali. Penso che anche su questo nodo bisognerà avere una risposta univoca europea, che valga per tutte le aziende Ue, comprese le partecipate».
Perché è slittato il vertice tra Italia e Francia? Colpa delle recenti tensioni tra Macron e Meloni? Ieri il premier Lecornu ha disertato la chiusura di Milano Cortina.
«Ognuno se la canta e se la suona come vuole. Vale il detto: si nota di più se vado o non vado? Le cosiddette tensioni degli ultimi giorni sono frutto di un fraintendimento di Macron delle parole di Meloni, che erano chiarissime. Detto questo, si stanno perfezionando i dossier in vista del vertice intergovernativo».
Siamo in piena campagna referendaria. Il no è in rimonta. Temete una sconfitta?
«Stiamo completando la riforma Vassalli. Riducendo il potere di interdizione delle correnti nella magistratura. Negli ultimi 25 anni moltissimi leader della sinistra italiana si sono espressi a favore della separazione delle carriere, dei due Csm e dell’alta corte, che era prevista nel programma del Pd. La verità è che c’è una visione miope di una parte della sinistra che per dare una spallata all’esecutivo, finirà di nuovo per lussarsi la spalla».
Se vince il no, il governo regge?
«Certo. Piuttosto: se vince il sì, si dimettono tutti i segretari dei partiti d’opposizione?».
Sembra una riforma ritorsiva.
«Nessuna ritorsione, non diciamo balle. Semmai, l’inaugurazione dell’anno giudiziario sembrava un processo a porte aperte al governo. E smettiamola di dire che se passa la riforma, la magistratura finisce sotto il tacco del potere politico: chi lo sostiene è in malafede, o ignorante».
Però Nordio a proposito del Csm ha parlato di un sistema “para-mafioso”.
«Ha citato un esimio magistrato che diceva questo. Più in generale, però, ritengo che sarebbe meglio se chi presenta le proprie tesi lo facesse non all’insegna della demonizzazione, ma del valore della propria tesi. Dal caos non esce mai chiarezza».