ROMA – È stato uno dei magistrati, nelle inchieste sulla P2 e con il pool di Mani Pulite, che hanno fatto la storia recente d’Italia. Oggi Gherardo Colombo è in pensione, ma la sua voce continua a essere un punto di riferimento per chi crede a un certo tipo di giustizia.
Dottor Colombo, il sottosegretario Fazzolari ha detto che, se potesse votare, Putin voterebbe No al referendum.
«Ho letto la Costituzione russa. Anche lì c’è scritto che la magistratura è indipendente. Però c’è scritto anche che i magistrati sono nominati dalla politica. Se la nomina è politica, è evidente che una riforma come questa a Putin non serve. Il punto non è la battuta, ma il meccanismo. L’indipendenza non si misura soltanto nelle parole scritte in Costituzione…
ROMA – È stato uno dei magistrati, nelle inchieste sulla P2 e con il pool di Mani Pulite, che hanno fatto la storia recente d’Italia. Oggi Gherardo Colombo è in pensione, ma la sua voce continua a essere un punto di riferimento per chi crede a un certo tipo di giustizia.
Dottor Colombo, il sottosegretario Fazzolari ha detto che, se potesse votare, Putin voterebbe No al referendum.
«Ho letto la Costituzione russa. Anche lì c’è scritto che la magistratura è indipendente. Però c’è scritto anche che i magistrati sono nominati dalla politica. Se la nomina è politica, è evidente che una riforma come questa a Putin non serve. Il punto non è la battuta, ma il meccanismo. L’indipendenza non si misura soltanto nelle parole scritte in Costituzione, ma in come sono costruiti gli equilibri tra i poteri. E quando si interviene su quegli equilibri, si entra in un terreno delicatissimo, che riguarda il rapporto tra le istituzioni».
In tanti, dopo le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, hanno raccolto a parole l’invito ad abbassare i toni. Per poi fare però diversamente, amplificando le polemiche. È preoccupato per questo scontro tra istituzioni, per quello che potrebbe accadere il giorno dopo il referendum?
«Vedo qualcosa di più sottile e, per certi versi, più preoccupante. Non credo che la riforma produca effetti immediati sul governo o sulla legislazione. Non è che il giorno dopo cambia tutto. C’è tutta la normativa attuativa da scrivere, passaggi complessi. Gli eventuali effetti negativi potrebbero anche essere mitigati da qualche aspetto della normativa attuativa, mitigati appena appena non eliminati. Ma gli effetti veri si vedranno col tempo. E riguarderanno l’indipendenza della magistratura. Il rischio non è il cambiamento immediato, è lo spostamento progressivo degli equilibri».
Che cosa considera più pericoloso nella riforma?
«Le cause che limitano l’indipendenza sono sempre il risultato di tanti fattori che convergono sullo scopo. Non c’è un solo elemento. Ma uno, secondo me, è fondamentale: il sistema di composizione degli organi di governo autonomo. I componenti indicati dalla politica sono eletti dal Parlamento. Prima sono eletti e poi si sorteggia tra gli eletti. Ma sono sempre eletti. Sono scelti in base alla competenza, all’autorevolezza, anche alla fedeltà. Per i magistrati invece si introduce il sorteggio secco. E lì succede tutto a caso. Il lavoro che si fa al Consiglio superiore, soprattutto se gli si toglie il disciplinare, ha poco a che fare con il lavoro del pubblico ministero o del giudice. È un lavoro organizzativo, manageriale. Se ne sorteggiano due terzi. Può capitare chiunque. Prevedibilmente persone che non hanno esperienza di quel tipo di attività. E poi c’è un dato che considero grave: il sorteggio è una svalutazione dell’istituzione. Sottintende che i magistrati non siano in grado di eleggere i propri rappresentanti. È come dire che non sono affidabili. Non riguarda tre o quattro persone, riguarda l’intera magistratura. È un messaggio che incide sulla reputazione dell’istituzione».
In che modo questo incide sull’indipendenza?
«L’indipendenza non è una parola astratta. È il risultato di equilibri concreti. Penso, per esempio, al disciplinare. Io ho avuto cinque procedimenti disciplinari. Il Consiglio superiore faceva il giudice per davvero e sono stato assolto. I procedimenti disciplinari servono a sanzionare chi ha avuto un comportamento irregolare, ma sono anche un monito per tutti gli altri che potrebbero essere indotti a pensare “ma chi me lo fa fare a non assecondare i desiderata del potere”. Nella nuova Alta Corte la proporzione è tre quinti magistrati e due quinti di laici: nove a sei. Ma non è scritto da nessuna parte che i collegi giudicanti debbano rispettare quella proporzione. La Costituzione non lo vieta. Questo significa che i collegi potrebbero essere composti anche a maggioranza politica. Il sistema introduce la possibilità concreta che accada. E quando il giudice disciplinare può essere a maggioranza politica, l’equilibrio cambia».
Con queste regole Mani Pulite sarebbe stata possibile?
«Secondo me ci avrebbero fermato prima. Già allora hanno fatto di tutto per fermarla. Hanno cambiato le leggi, inciso sul falso in bilancio, sulla prescrizione. È successo che persone che sarebbero state condannate sono state assolte perché il fatto non era più previsto dalla legge come reato. A un certo punto sono arrivate anche le iniziative disciplinari. L’indipendenza non si mette in discussione con un atto clamoroso, ma attraverso interventi progressivi che restringono gli spazi».
Anche all’epoca ci furono scontri durissimi tra magistratura e politica. Che differenze ci sono con oggi?
«Vedo qualcosa di parzialmente diverso. Vedo una svalutazione delle istituzioni più marcata e nel loro complesso, allora ce l’avevano con noi e basta. La svalutazione dei magistrati non riguarda solo chi indaga su fatti delicati, ma l’intera categoria, addirittura anche chi si occupa della giustizia civile. Il punto è questo: se cambiano i meccanismi, cambia la qualità delle istituzioni».