Non dissociarsi dai raid di Trump (e Netanyahu). Senza però intrupparsi nel gruppo dei favorevoli al blitz. Col rischio di apparire bellicisti, anche davanti all’opinione pubblica. È il crinale dei ragionamenti che attraversano il governo di Giorgia Meloni nel giorno in cui le forze di Usa e Israele colpiscono l’Iran e freddano Khamenei nel suo compound a Teheran. Con una sensazione che Meloni recepisce dalle telefonate con i leader del Golfo, tutta da avvalorare nelle prossime ore: l’operazione militare di Washington e Tel Aviv potrebbe forse stabilizzare l’area, più che trasformarla in una polveriera. Un auspicio più che una realtà, al momento.
La premier non viene pre-avvisata da Washington, come si lascia sfuggire in mattinata Matteo Salvini. Anche nelle ore successive non sente né Donald Trump né Benjamin Netanyahu. Viene avvertita invece dall’Aise, i nostri servizi segreti per l’estero, a bombardamenti iniziati. Dalle prime ore del mattino l’urgenza, per l’esecutivo, è gar…
Non dissociarsi dai raid di Trump (e Netanyahu). Senza però intrupparsi nel gruppo dei favorevoli al blitz. Col rischio di apparire bellicisti, anche davanti all’opinione pubblica. È il crinale dei ragionamenti che attraversano il governo di Giorgia Meloni nel giorno in cui le forze di Usa e Israele colpiscono l’Iran e freddano Khamenei nel suo compound a Teheran. Con una sensazione che Meloni recepisce dalle telefonate con i leader del Golfo, tutta da avvalorare nelle prossime ore: l’operazione militare di Washington e Tel Aviv potrebbe forse stabilizzare l’area, più che trasformarla in una polveriera. Un auspicio più che una realtà, al momento.
La premier non viene pre-avvisata da Washington, come si lascia sfuggire in mattinata Matteo Salvini. Anche nelle ore successive non sente né Donald Trump né Benjamin Netanyahu. Viene avvertita invece dall’Aise, i nostri servizi segreti per l’estero, a bombardamenti iniziati. Dalle prime ore del mattino l’urgenza, per l’esecutivo, è garantire la sicurezza dei nostri connazionali in Iran e negli altri paesi della regione. Oltre 58mila nel complesso.
In Iran, si legge nei dispacci della Farnesina, sono presenti 500 italiani. Circa 300 sono residenti: sposati, con figli e famiglie al seguito. Non hanno voglia di lasciare il paese. Il ministero degli Esteri appronta però un piano di evacuazione, per gli altri. A sera, apprende Repubblica, sono un centinaio i connazionali che hanno richiesto di essere portati via. Ma lo spazio aereo è off limits. Per questo la Farnesina sta predisponendo mezzi via terra: direzione Azerbaigian. L’idea è di partire nelle prossime ore.
La premier ne discute in due vertici. Uno, di mattina, convocato d’urgenza tramite call. Il secondo, in serata, a Palazzo Chigi. Sul tavolone del governo, un mucchio di mappe, dossier riservati dei servizi. L’intelligence è presente. Meloni è affiancata dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani e dal sottosegretario Alfredo Mantovano. L’altro vicepremier, Matteo Salvini, è collegato (ieri era a Milano, oggi sarà a Firenze per i banchetti della Lega). Il titolare della Difesa, Guido Crosetto, è bloccato a Dubai con la famiglia. Anche il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari appare in video-call. Si parla dell’allerta terrorismo. Dei timori per le rotte commerciali nello Stretto di Hormuz. E si fa un punto sui nostri militari in Iraq e Kuwait. Le esercitazioni sono già state sospese da giorni. Ora non c’è modo di farli rientrare. Resteranno nei bunker. Anche per gli italiani, civili, migliaia di turisti, bloccati nel Golfo si attende lo sblocco dei voli privati. Solo dopo, si potrà pensare ai charter.
In una nota serale di Palazzo Chigi, Meloni invita alla de-escalation. Sostiene «un allentamento delle tensioni». Si augura «una soluzione a favore della stabilità della regione», rinnovando «la sua vicinanza alla popolazione civile iraniana che, con coraggio, ha chiesto il rispetto dei suoi diritti civili e politici, subendo una repressione violenta e ingiustificabile». La premier fa sapere di avere espresso ai leader del Golfo (Bahrein, Kuwait, Emirati, Qatar e Arabia Saudita, poi Giordania e Oman) «la vicinanza del governo e la condanna degli ingiustificabili attacchi subiti».
La premier avrebbe preferito una soluzione diplomatica. Roma ha anche ospitato un round di colloqui Usa-Iran, con la mediazione omanita. Non biasima Trump, però. Anche se si tiene alla larga dallo scenario militare. Non è stata chiesta un’autorizzazione per utilizzare le nostre basi Nato, come Aviano. A differenza dei britannici, la nostra Aeronautica non ha schierato mezzi «a protezione» degli alleati.
Esclusa dalla call E3 tra Londra, Parigi e Berlino, Meloni sente però al telefono il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e il primo ministro britannico, Keir Starmer. Non Macron. Tajani, dopo una girandola di riunioni alla Farnesina, partecipa di notte al vertice G7 dei ministri degli Esteri, oggi a quello dell’Ue. La grande incognita, a Palazzo Chigi come nelle altre cancellerie del continente, è se si arriverà a un cambio di regime. E quanto durerà la guerra. «Giorni e giorni», profetizza Tajani, avvisato dell’attacco dall’omologo israeliano Sàar. «Non sarà lunga», sostiene invece Crosetto. Nella maggioranza, chi si espone di più verso Trump è Salvini, convinto che gli Usa abbiano avuto «le loro motivazioni per intervenire». Il leghista rilancia anche un video di iraniani che cantano «I love Trump».