Lo sciame è arrivato nella notte, quasi all’improvviso. Almeno venticinque droni lanciati quasi simultaneamente hanno preso la rotta verso Erbil. Ed è stato proprio il numero dei velivoli senza pilota, partiti insieme e con traiettorie diverse, a mettere sotto pressione lo scudo difensivo che protegge l’area. E, seppur senza provocare gravi danni ai militari — alcuni soldati statunitensi hanno riportato ferite lievi — hanno dimostrato la vulnerabilità dello scudo occidentale.
A Erbil, come a Baghdad, la protezione dello spazio aereo è affidata soprattutto a sistemi americani. Il primo è il C-RAM, un cannone progettato per intercettare razzi, droni e missili da crociera a distanza ravvicinata. Il sistema individua il bersaglio e spara raffiche di proiettili ad altissima velocità, creando una sorta di “muro” difensivo attorno alla base. Negli ultimi giorni questi sistemi erano già stati messi a dura prova. La base statunitense di Erbil è infatti sotto attacco quasi continuo dall’in…
Lo sciame è arrivato nella notte, quasi all’improvviso. Almeno venticinque droni lanciati quasi simultaneamente hanno preso la rotta verso Erbil. Ed è stato proprio il numero dei velivoli senza pilota, partiti insieme e con traiettorie diverse, a mettere sotto pressione lo scudo difensivo che protegge l’area. E, seppur senza provocare gravi danni ai militari — alcuni soldati statunitensi hanno riportato ferite lievi — hanno dimostrato la vulnerabilità dello scudo occidentale.
A Erbil, come a Baghdad, la protezione dello spazio aereo è affidata soprattutto a sistemi americani. Il primo è il C-RAM, un cannone progettato per intercettare razzi, droni e missili da crociera a distanza ravvicinata. Il sistema individua il bersaglio e spara raffiche di proiettili ad altissima velocità, creando una sorta di “muro” difensivo attorno alla base. Negli ultimi giorni questi sistemi erano già stati messi a dura prova. La base statunitense di Erbil è infatti sotto attacco quasi continuo dall’inizio dell’escalation regionale: prima con droni lanciati direttamente dall’Iran e poi con velivoli più piccoli impiegati dalle milizie sciite irachene filo-iraniane. Nei giorni scorsi i C-RAM avevano intercettato numerosi ordigni in arrivo.
Ma i droni utilizzati dalle milizie rappresentano una sfida diversa. Più piccoli — spesso circa la metà degli Shahed iraniani — volano più bassi e sono più difficili da individuare con i radar. La settimana scorsa alcuni di questi velivoli erano già riusciti a superare le difese e a colpire un deposito di munizioni all’interno della base americana. L’attacco della scorsa notte sembra aver sfruttato proprio questo punto debole: la saturazione delle difese. Ma c’è qualcosa di più.
Per Londra dietro l’evoluzione di queste tattiche potrebbe esserci anche la mano di Mosca. Il ministro della Difesa britannico John Healey ha dichiarato che la Russia starebbe aiutando Teheran a migliorare le tecniche di impiego dei droni, rendendo gli attacchi «più problematici» da contrastare. «Nessuno si sorprenderà nel pensare che la mano nascosta di Putin sia dietro alcune tattiche iraniane e potenzialmente anche dietro alcune loro capacità», ha affermato il ministro. Un’ipotesi raccolta nelle scorse ore anche dalla nostra intelligence dove, però, viene letta con molta più cautela.