Il punto è politico: con il pretesto di separare le carriere, la riforma Meloni-Nordio corrode gli equilibri costituzionali, mina l’indipendenza della magistratura e rischia di ridurre la tutela dei diritti, in particolare per le donne e per le vittime di violenza. Fa insomma il contrario di quanto sostenuto dalla presidente del Consiglio, secondo cui la vittoria del sì impedirebbe la liberazione di stupratori e pedofili.
A pochi giorni dal referendum, oltre 1.700 fra giuriste, accademiche, politiche, artiste e attiviste lanciano un appello pubblico a votare no. Nel manifesto — promosso dalla costituzionalista Carla Bassu, dalle avvocate Teresa Manente e Concetta Gentili, dalla filosofa Fabrizia Giuliani, dalla giudice Maria Monteleone e dalla psicologa Elvira Reale — la riforma viene definita «sbagliata nel metodo e nel merito». Non solo interviene su 7 articoli della Carta senza confronto parlamentare ma, «alterando il sistema di pesi e contrappesi tra i poteri disegnati dalla Costi…
Il punto è politico: con il pretesto di separare le carriere, la riforma Meloni-Nordio corrode gli equilibri costituzionali, mina l’indipendenza della magistratura e rischia di ridurre la tutela dei diritti, in particolare per le donne e per le vittime di violenza. Fa insomma il contrario di quanto sostenuto dalla presidente del Consiglio, secondo cui la vittoria del sì impedirebbe la liberazione di stupratori e pedofili.
A pochi giorni dal referendum, oltre 1.700 fra giuriste, accademiche, politiche, artiste e attiviste lanciano un appello pubblico a votare no. Nel manifesto — promosso dalla costituzionalista Carla Bassu, dalle avvocate Teresa Manente e Concetta Gentili, dalla filosofa Fabrizia Giuliani, dalla giudice Maria Monteleone e dalla psicologa Elvira Reale — la riforma viene definita «sbagliata nel metodo e nel merito». Non solo interviene su 7 articoli della Carta senza confronto parlamentare ma, «alterando il sistema di pesi e contrappesi tra i poteri disegnati dalla Costituzione», rischia di produrre conseguenze negative anche sulla tutela dei diritti delle donne. Specie quelle che cercano protezione nelle aule di tribunale: «Quando l’autonomia della giustizia si indebolisce», scrivono le firmatarie, «si indebolisce anche la capacità dello Stato di riconoscere e contrastare violenze, discriminazioni e disuguaglianze».
Sottoscritto da una galassia femminista varia e articolata — da Fiorella Mannoia ad Anna Foglietta, da Dacia Maraini a Francesca Comencini, da Marisa Laurito a Francesca Archibugi e Angela Finocchiaro, passando per Alessandra Kustermann, Giorgia Serughetti, Elisa Ercoli, Livia Turco e Anna Finocchiaro — sostiene che il ddl Nordio deforma l’architettura della magistratura. Dividere il Csm in due organi distinti, uno per i giudici e uno per i pm, significa infatti «frammentarne la forza e ridurre la capacità di difesa dell’autonomia» di chi amministra la giustizia. In più, attribuire a una nuova Alta Corte le funzioni disciplinari, sottratte al controllo del Capo dello Stato, darebbe luogo a «una magistratura più fragile e più esposta alle pressioni della politica». Con riflessi nocivi, ancora una volta, sulle donne. Perché l’assetto della giustizia determina «chi viene protetto dallo Stato e chi no; cosa è rilevante per lo Stato e cosa non lo è».
In quest’ottica si inserisce l’altra nota dolente della riforma: la modifica del ruolo del pubblico ministero, sganciato dalla cultura della giurisdizione e sottoposto alle priorità investigative indicate dal governo di turno. «Le donne», in sostanza, «rischiano di diventare l’ultimo dei problemi nell’agenda delle procure». Oggi giudici e pm condividono formazione e percorsi professionali: spezzare questo circuito — spiegano le firmatarie — trasformerebbe il pubblico ministero in una figura più simile a un «avvocato dell’accusa o della polizia» anziché a un garante della legalità. Potrebbe far perdere all’intero sistema l’abilità a leggere e contrastare fenomeni complessi come le violenze di genere. Esattamente il terreno su cui il manifesto concentra la critica più specificamente femminista. L’inquirente che ha la stessa cultura e formazione del giudicante è difatti più attrezzato a riconoscere le dinamiche tipiche delle aggressioni maschili. Sa, per esempio, che «le ritrattazioni sono spesso il segno di una condizione di assoggettamento» e che «il ritardo nelle denunce non delegittima la persona offesa».
Senza considerare che i pm non si occupano soltanto di reati gravi, ma anche di protezione dei minori, di violenza assistita, molestie nei luoghi di lavoro, discriminazioni. Se l’indipendenza viene meno, per esempio attraverso gerarchizzazione delle procure o priorità investigative stabilite dall’alto, la tutela dei diritti diviene più incerta e disomogenea. Perché «quando la giustizia si indebolisce non sono i più forti a pagare il prezzo della riduzione delle garanzie, ma chi è già più esposto». Da qui l’appello a votare no. «Una scelta femminista e democratica», concludono le firmatarie. Un voto che serve a difendere «la Costituzione nata dal lavoro delle nostre madri e padri costituenti» e «l’equilibrio tra i poteri dello Stato contro la volontà di potere assoluto di questa destra che ostacola i diritti e la libertà di autodeterminazione delle donne».