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Migliaia a Pontida per Bossi, cori e fischi contro Salvini: “Noi traditi, bruci il tricolore”

(lapresse)

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Al funerale cortocircuito di slogan per la secessione e applausi a Meloni. Il segretario in camicia verde bacia la vedova del Senatùr e viene contestato
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PONTIDA – È una macchina del tempo il funerale di Umberto Bossi. Riporta il calendario ai primi anni Novanta, al pratone di Pontida pieno e risuonano ancora una volta gli slogan duri contro «Roma ladrona», «secessione-secessione», «Padania libera». Ma salta subito all’occhio un corto circuito politico: le urla non sono contro il potere romano – ben rappresentato da Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e da mezzo governo -, no, sembrano avere tutte un unico bersaglio: Matteo Salvini.

Non è servito rispolverare dall’armadio la camicia verde, anzi la scelta del segretario leghista ha fatto imbestialire ancora di più quella folla di 2-3 mila persone, arrivate con i propri mezzi davanti all’abbazia di Pontida, dove leggenda vuole che nel 1166 venne pronunciato il giuramento tra le città lombarde che si opponevano all’imperatore. «Molla quella camicia verde, vergogna!». Oggi l’unico giuramento riguarda lui, il vicepremier che ha preso un partito autonomista e l’ha trasformato in sovranista. Ed …

PONTIDA – È una macchina del tempo il funerale di Umberto Bossi. Riporta il calendario ai primi anni Novanta, al pratone di Pontida pieno e risuonano ancora una volta gli slogan duri contro «Roma ladrona», «secessione-secessione», «Padania libera». Ma salta subito all’occhio un corto circuito politico: le urla non sono contro il potere romano – ben rappresentato da Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e da mezzo governo -, no, sembrano avere tutte un unico bersaglio: Matteo Salvini.

Non è servito rispolverare dall’armadio la camicia verde, anzi la scelta del segretario leghista ha fatto imbestialire ancora di più quella folla di 2-3 mila persone, arrivate con i propri mezzi davanti all’abbazia di Pontida, dove leggenda vuole che nel 1166 venne pronunciato il giuramento tra le città lombarde che si opponevano all’imperatore. «Molla quella camicia verde, vergogna!». Oggi l’unico giuramento riguarda lui, il vicepremier che ha preso un partito autonomista e l’ha trasformato in sovranista. Ed è un giuramento di odio, di rabbia che esplode nonostante il feretro con dentro le spoglie del fondatore.

La nomenclatura leghista non riesce a proteggerlo dal popolo di Bossi e quando, al termine della funzione, Salvini si avvicina alla vedova per baciarla sulla fronte, di là dalle transenne gli urlano: «Traditore, è il bacio di giuda». Non si fermano le contestazioni nemmeno quando il carro funebre si incammina a passo d’uomo, per un ultimo omaggio, dalla chiesa verso il pratone storico, dal quale il Senatùr era stato persino bandito negli ultimi anni. «Oggi è morta la Lega», dicono a voce alta mentre passa il segretario. Salvini maschera l’imbarazzo dietro un sorriso tirato, stringendo le mani a chi lo avvicina, facendo finta di non sentire. Del resto, poteva forse mancare alle esequie? A fargli da spalla e da usbergo è la fidanzata Francesca Verdini, che non lo molla un secondo. E se il segretario sembra essere un muro di gomma, Francesca alla fine sbotta. «Salvini ridacci la Lega, ce l’hai rubata!», urla un tipo minaccioso a tre metri di distanza. Verdini lascia la mano di Salvini e gli va incontro, a brutto muso: «Sei a un funerale, cafone. Vattene a casa maleducato». Ma quello non la smette: «Maleducato un c…ridacci la Lega». Il paradosso è che, a contestare il segretario che ha portato il Carroccio nella famiglia dell’estrema destra europea, sono gli stessi che poco prima hanno applaudito Giorgia Meloni, il capo di governo più nazionalista e “romano” che l’Italia abbia avuto da 80 anni a questa parte. Poco prima dell’inizio della funzione, le urla sono assordanti: «Abbiamo un sogno nel cuore/bruciamo il tricolore!», «Secessione». Poi arriva lei. «Giorgia! Giorgia!». Battono le mani, nemmeno un fischio o un buu. A differenza di quando appare Mario Monti, dopo Salvini il più contestato sulla piazza. I cori contro il tricolore ripartono anche a funzione finita, davanti alle massime autorità dello Stato, e solo Giancarlo Giorgetti - il gran cerimoniere della giornata - riesce a zittirli dal microfono: «Basta, per favore...». A lui danno retta.

Per un giorno le due leghe, quella anti-Salvini e quella che si è acconciata a dire sempre di sì al segretario, si incontrano e si salutano senza screzi. Si rivedono ex che se ne sono andati sbattendo la porta - Flavio Tosi, Giancarlo Pagliarini, Roberto Castelli - e vengono comunque salutati dai colonnelli salviniani come se nulla fosse. Ci sono anche protagonisti della stagione berlusconiana, da Aldo Brancher a Licia Ronzulli, da Fedele Confalonieri a Daniela Santanché, da Maurizio Lupi all’editore di tutta la stampa di destra, Antonio Angelucci, ex portantino del San Camillo e ras della sanità privata, simbolo di quella metamorfosi romana della lega salviniana.

Nella chiesa romanica, in prima fila nella navata di destra siedono la moglie, Manuela Marrone e i figli Renzo, Roberto Libertà ed Eridano Sirio. Composti, non rilasciano dichiarazioni. Renzo leggerà una lettera di San Paolo, l’altra lettura biblica sarà affidata a Giorgetti. In fondo alla navata, unico dell’opposizione, Enrico Borghi di Italia viva. Quando la bara esce sul sagrato parte il Va pensiero cantato dagli alpini, poi un suonatore di cornamusa, in kilt, attacca un motivo struggente. Del resto a Bossi piaceva molto Braveheart. Si fa silenzio. Esce, appoggiato a un bastone, Marcello Dell’Utri: «Sono stato da Umberto due settimane fa, per salutarlo. Cosa pensava della Lega di oggi? Stendiamo un velo pietoso».

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