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Cantone: “La responsabilità di cambiare davvero ora è anche nostra”

(ansa)

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Il procuratore di Perugia è stato uno dei sostenitori del No. E ora dice: non è solo il tempo della festa ma della ragione
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Raffaele Cantone è tra i magistrati più rappresentativi d’Italia. Prima la lotta alla mafia nella sua Campania, poi la guida dell’Anac, l’Autorità anticorruzione, quindi procuratore a Perugia, dove ha condotto anche delicate inchieste sui magistrati e sul Csm. Ora l’indicazione (si aspetta il Plenum) per la procura di Salerno. È stato uno dei sostenitori del No. Ma dice che non è il tempo della festa.

«Ma della ragione. È stata una grande manifestazione di democrazia. Ha votato un numero altissimo di persone, anche più che alle elezioni regionali o politiche. Questo dimostra quanto gli italiani siano ancora profondamente attaccati alla Costituzione. E c’è un altro dato che mi ha colpito molto: i giovani sotto i trent’anni hanno votato in maggioranza, oltre il 60%. Non era affatto scontato per una Carta nata nel 1946. E invece anche le nuove generazioni dimostrano un legame forte».

Raffaele Cantone è tra i magistrati più rappresentativi d’Italia. Prima la lotta alla mafia nella sua Campania, poi la guida dell’Anac, l’Autorità anticorruzione, quindi procuratore a Perugia, dove ha condotto anche delicate inchieste sui magistrati e sul Csm. Ora l’indicazione (si aspetta il Plenum) per la procura di Salerno. È stato uno dei sostenitori del No. Ma dice che non è il tempo della festa.

«Ma della ragione. È stata una grande manifestazione di democrazia. Ha votato un numero altissimo di persone, anche più che alle elezioni regionali o politiche. Questo dimostra quanto gli italiani siano ancora profondamente attaccati alla Costituzione. E c’è un altro dato che mi ha colpito molto: i giovani sotto i trent’anni hanno votato in maggioranza, oltre il 60%. Non era affatto scontato per una Carta nata nel 1946. E invece anche le nuove generazioni dimostrano un legame forte».

Perché è successo?

«Varie ragioni. Sicuramente hanno pesato le figure simbolo. Penso, per esempio, a Nicola Gratteri: un magistrato che non è mai stato identificato con le correnti, sempre percepito come indipendente. Il suo schieramento così netto ha rappresentato un segnale forte. E non è un caso, secondo me, che in Campania e in Calabria si siano registrati risultati molto netti. La credibilità di tutte le persone che hanno sostenuto il No hanno contato».

Non c’è stato anche il rischio che queste prese di posizione fossero divisive?

«Forse in qualche occasione sì, per toni o modalità. Ma alla fine ha pesato di più la credibilità».

Che cosa ha spaventato di più gli italiani di questa riforma?

«Innanzitutto il numero delle norme costituzionali toccate. A un certo punto molte persone si sono rese conto che quelle modifiche non erano indispensabili per introdurre la separazione delle carriere. Io conosco persone favorevoli a quel principio che però dicevano: questa non è la riforma giusta. Non voglio entrare in polemiche politiche, ma è evidente che molti hanno avuto l’impressione che fosse una riforma in qualche modo punitiva per la magistratura. E durante la campagna elettorale si sono sentite argomentazioni che non avevano nulla a che fare con il merito della riforma, come i riferimenti a vicende personali o giudiziarie. Tutto questo ha inciso».

C’è il rischio che ora nasca una sorta di “partito dei magistrati”?

«No, assolutamente. Non esiste e non deve esistere. Anzi, il risultato deve essere letto in senso opposto: come una richiesta di responsabilità. I cittadini hanno dimostrato interesse per la giustizia, con una partecipazione altissima. Questo non può essere sprecato. Nessuno deve pensare che vada tutto bene o che si possa mantenere lo status quo».

In che senso?

«Nel senso che il sistema giudiziario non sempre riesce a dare le risposte. Questa partecipazione dimostra quanto per loro sia importante una giustizia che funzioni. E quindi serve un’assunzione di responsabilità ancora maggiore, da parte della magistratura ma anche delle istituzioni».

Da dove bisogna ripartire adesso?

«Da due piani diversi. La magistratura deve evitare ogni chiusura autoreferenziale e capire che questo risultato non significa che tutto vada bene. La politica, invece, deve riprendere il tema della riforma della giustizia, mettendo al centro le vere priorità: efficienza, tempi dei processi, personale».

Quali sono gli interventi più urgenti?

«Innanzitutto il personale amministrativo. Non possiamo continuare ad avere uffici con organici invecchiati e insufficienti. E poi l’informatizzazione».

Lei ha lavorato a lungo su corruzione e criminalità. Oggi il sistema regge?

«La magistratura ha fatto la sua parte, ma ha anche commesso un errore: pensare di poter essere da sola la soluzione dei problemi. I giudici devono fare i giudici, accertare responsabilità. Su temi come la corruzione è necessaria anche una risposta politica e amministrativa».

Le recenti riforme hanno aiutato?

«L’ho detto anche in Parlamento: no. La modifica dell’abuso d’ufficio e quella sul traffico di influenze hanno reso più difficile il contrasto alla corruzione. Parliamo di reati spia, fondamentali per avviare le indagini. Si potevano riformare, ma non svuotare come è avvenuto».

Questo voto dice qualcosa anche sul modo in cui si cambia la Costituzione?

«Ripeto, non voglio parlare di politica. Ma credo che le riforme costituzionali dovrebbero essere il più possibile condivise. Su temi così delicati, anche tecnici, sarebbe stato auspicabile un accordo ampio. Se il Parlamento avesse approvato la riforma con una maggioranza larga, il referendum non ci sarebbe stato».

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