Centrosinistra, parte la sfida delle primarie. In campo Schlein e Conte. E spunta Ruffini
di Giovanna VitaleROMA – Sarà costretto a ricredersi chi pensava che dopo l’inattesa valanga di no al referendum sulla giustizia le forze progressiste si sarebbero strette a coorte e, finalmente unite, avrebbero archiviato tensioni e psicodrammi. Nulla di più sbagliato: è già cominciata la rumba.
A menare le danze è il solito Giuseppe Conte che, a urne appena chiuse, non solo si è intestato la vittoria in solitario, ma ha anche aperto – per la prima volta in modo esplicito – la corsa alle primarie di coalizione per individuare il candidato premier. Obbligando Elly Schlein, da cui pure la proposta era partita, a ribadire: io ci sono. Come se il percorso fosse già deciso e condiviso. Anche dai partner minori. I quali però, all’oscuro della fuga in avanti di M5s e Pd, hanno subito messo le mani avanti: “Legittimo il dibattito, ma francamente non credo che la priorità dell'onda generazionale che ha travolto la controriforma Nordio sia quella di sapere come il centrosinistra sceglierà il suo leader”, avvert…
ROMA – Sarà costretto a ricredersi chi pensava che dopo l’inattesa valanga di no al referendum sulla giustizia le forze progressiste si sarebbero strette a coorte e, finalmente unite, avrebbero archiviato tensioni e psicodrammi. Nulla di più sbagliato: è già cominciata la rumba.
A menare le danze è il solito Giuseppe Conte che, a urne appena chiuse, non solo si è intestato la vittoria in solitario, ma ha anche aperto – per la prima volta in modo esplicito – la corsa alle primarie di coalizione per individuare il candidato premier. Obbligando Elly Schlein, da cui pure la proposta era partita, a ribadire: io ci sono. Come se il percorso fosse già deciso e condiviso. Anche dai partner minori. I quali però, all’oscuro della fuga in avanti di M5s e Pd, hanno subito messo le mani avanti: “Legittimo il dibattito, ma francamente non credo che la priorità dell'onda generazionale che ha travolto la controriforma Nordio sia quella di sapere come il centrosinistra sceglierà il suo leader”, avverte Nicola Fratoianni.
Assai freddo sull’ipotesi, al contrario di Matteo Renzi che da settimane spinge sull’acceleratore e per l’11 aprile ha già convocato le primarie delle idee. Ma per Avs occorre prima costruire un programma comune e definire il perimetro dell’alleanza. Solo poi stabilire chi sarà a guidarla. Fermo restando che, oltre ai rossoverdi, pure dentro al Pd va crescendo il fronte favorevole a una soluzione negoziata – ovvero, mettersi attorno a un tavolo per selezionare un candidato che vada bene a tutti – anziché affidarsi alla inevitabile corrida che si scatenerebbero ai gazebo.
Fatto sta che sia Schlein sia Conte – i due più interessati a misurarsi con il popolo della sinistra, entrambi convinti di spuntarla una sull’altro e viceversa – non vogliono sentir parlare né di papi stranieri né di passi indietro a vantaggio di qualche mister X pronto a soffiargli il biglietto di andata per Palazzo Chigi. Ora che battere Giorgia Meloni alle politiche non è più un miraggio, intendono giocare da protagonisti. Immaginando l’avvio della consultazione interna alla coalizione in una data compresa fra fine ottobre e inizio gennaio 2027. Per allora, tutti i partiti adesso all’opposizione avranno compulsato le rispettive basi e, su questa scorta, preparato una bozza di programma su cui confrontarsi.
L’unica regola sulla quale, per il momento, non pare esserci discussione: per evitare una gara che divida anziché unire, condotta dagli sfidanti a colpi di distinguo sui temi più controversi (a iniziare dalla politica estera), occorrerà innanzitutto accordarsi sui punti del programma, dal quale non bisognerà discostarsi durante la campagna delle primarie. Dove però i candidati senza un partito alle spalle, come pure le forze più piccole e dunque meno competitive, rischiano di recitare nel ruolo di comparse.
Hanno fretta Schlein e Conte. Di ridurre soprattutto i margini di manovra a quanti preferirebbero scongiurare la sfida fratricida, nel timore che si finisca – tutti – per farsi male. Tanto più adesso che Silvia Salis, la sindaca di Genova che sembra piacere a molti big del centrosinistra – si è ufficialmente tirata indietro: “Sulle primarie non ho cambiato idea, ti obbligano a mettere in contrapposizione due o più soggetti politici che in realtà sono nella stessa alleanza”, ha precisato l’ex martellista. “Ci sarà un periodo di tempo nel quale tu dovresti fare in pratica campagna elettorale contro le persone che poi dovrebbero sostenere il tuo governo: una cosa che trovo tecnicamente sbagliata, un messaggio di divisione che non sostengo. E il fatto che ci avviciniamo alle elezioni non cambierà la mia posizione”, taglia corto. “Bisognerebbe fare una discussione interna e trovare un leader in grado di guidare il campo progressista".
Critica che però non scoraggia l’altro centrista con aspirazioni da federatore: Ernesto Maria Ruffini. “Ho già dato disponibilità a partecipare alle primarie, a patto però siano davvero aperte e con regole condivise da tutti i partecipanti”, avvisa l’ex direttore delle Entrate: “Prima però occorre definire tra tutti i soggetti almeno una visione comune e un progetto di Paese”. Le stesse condizioni che sembra porre pure il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, che si è tirato fuori dalla partita, ma non è detta l’ultima, il pressing su di lui è fortissimo. “In primo luogo ci vuole un programma che metta insieme la coalizione intorno a una proposta politica sull’Italia che vogliamo e poi, chiaramente, si deve individuare il migliore interprete”. Sì, ma come? “Dipende anche dalla legge elettorale che ci sarà”, conclude l’ex rettore: “Possono essere primarie o un tavolo di coalizione, l’importante è che i cittadini si riconoscano nel grande progetto che dobbiamo mettere in campo”. Due ipotesi diverse, ma solo sulla carta. I leader di Pd e M5s hanno già deciso.