I magistrati. Nei tribunali si canta Bella ciao. Parodi lascia l’Anm
di Conchita SanninoLoro c’erano quando nessuno ci credeva. Quando la partita era data per spacciata, «e il ministro Nordio diceva d’aver messo in frigo un bel vermentino, perché la loro vittoria sarebbe stata schiacciante, era il 19 settembre». Quanta strada, quante gambe, in sei mesi. E adesso chi alza il calice, chi il pugno, chi ride e salta col tablet che dal display “urla” la vittoria del no, chi invece è nell’aula di giustizia, la toga addosso, e guadagna un angolino per trattenere la commozione.
Se hanno vinto loro, i giudici messi nel mirino dalla destra ogni giorno, è perché hanno voluto e sperato che i cittadini li accompagnassero. «È perché abbiamo fatto uno straordinario cammino insieme, magistrati e società civile, le toghe con giovani, madri e padri di famiglia. Con gli anziani che volevano capire. E i ragazzi a farci le domande. Lo sa che è un patrimonio meraviglioso, da non perdere? Questa voglia di confronto da anni Sessanta, di gente che ha mollato gli smartphone», racconta adesso…
Loro c’erano quando nessuno ci credeva. Quando la partita era data per spacciata, «e il ministro Nordio diceva d’aver messo in frigo un bel vermentino, perché la loro vittoria sarebbe stata schiacciante, era il 19 settembre». Quanta strada, quante gambe, in sei mesi. E adesso chi alza il calice, chi il pugno, chi ride e salta col tablet che dal display “urla” la vittoria del no, chi invece è nell’aula di giustizia, la toga addosso, e guadagna un angolino per trattenere la commozione.
Se hanno vinto loro, i giudici messi nel mirino dalla destra ogni giorno, è perché hanno voluto e sperato che i cittadini li accompagnassero. «È perché abbiamo fatto uno straordinario cammino insieme, magistrati e società civile, le toghe con giovani, madri e padri di famiglia. Con gli anziani che volevano capire. E i ragazzi a farci le domande. Lo sa che è un patrimonio meraviglioso, da non perdere? Questa voglia di confronto da anni Sessanta, di gente che ha mollato gli smartphone», racconta adesso a Repubblica il numero uno dell’Anm, Cesare Parodi. Che, a sorpresa – ma non per gli amici – annuncia, prima del risultato, che si dimetterà dalla presidenza, ma resterà nel Comitato direttivo. «Lo faccio solo per motivi pratici, ho genitori molto anziani e bisognosi di cure, sono figlio unico: ma è stata una battaglia bellissima e un onore guidare l’associazione, il più grande della vita».
Non sono neanche le 16, quando esplode l’entusiasmo. Nei tribunali di quasi tutta Italia, a Milano dove si mischiano lacrime e gioia, a Napoli dove si stappa la bottiglia accanto alla Costituzione tornata così ragazza a 78 anni, e dove Nicola Gratteri (dalla sua stanza) dice: «La società civile è attenta, è pronta, ha capito che questi metodi erano sbagliati». O nella sede di “Libera” a Roma dove con tutto l’aplomb torinese il professor Enrico Grosso, a capo del comitato “Giusto dire no” col giudice Antonio Diella, si scioglie: «Mi ha allargato il cuore il dato del voto giovanile. E abbiamo risvegliato fiducia nei cittadini, li abbiamo trattati come adulti». O, a soli due chilometri da lì, alla Cgil di via dei Frentani, cuore della mobilitazione della “Società civile per il no”, dove si abbracciano il professore Giovanni Bachelet con Silvia Albano presidente di Md (bersaglio preferito di una sfilza di meloniani), Rosy Bindi con Maurizio Landini, Roberto Zaccaria con Gaetano Azzariti e altri costituzionalisti e tutti insieme cantano un’interminabile struggente “Bella Ciao”. «Ringrazio gli italiani, e anche il Signore che ha illuminato la mente e il cuore di tanti», dice Bachelet da cattolico cresciuto alla “pedagogia del sorriso” di suo padre, Vittorio, ucciso dalle Br. E Bindi: «Per la terza volta in 20 anni, i cittadini hanno detto: la Costituzione va applicata, non stravolta». E Landini, a frenare gli applausi: «Ehi, è l’inizio: adesso dobbiamo lavoriamo seriamente».
Con la sua lucidità di “maestro” militante, è l’ex procuratore Nello Rossi a chiedere ora ai colleghi di evitare ogni «miope esultanza corporativa». «Era una causa “persa”, perciò dovevamo dare battaglia. E ci sono state tante mosse giuste, il merito è di tanti. La vittoria non deve bastarci – commenta Rossi con Repubblica – i problemi di una giustizia malata sono tutti lì. Con i mille aspetti che la riforma ignorava o nascondeva. La gente lo ha capito. Ora battiamoci perché funzioni».