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Salvini vola da Orbán. La Lega incassa il sì nel Lombardo-Veneto

Geert Wilders, Marine Le Pen, Viktor Orbán e Matteo Salvini al raduno dei Patrioti a Budapest

 (reuters)

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Il vicepremier commenta con poche frasi, poi si rifugia a Budapest per la reunion dei Patrioti. Ostellari: “Il Paese è spaccato”
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Gli unici tre che si azzardano ad esprimere un’opinione prima che il grande capo “rifugiatosi” in Ungheria parli, sono Claudio Borghi, Armando Siri e Luca Zaia. Lo fanno via social: «Quando parlano i cittadini si ascolta, si sta zitti e si ringrazia», dice il primo. «Il risultato non chiude il dibattito, ma lo riapre. Milioni di italiani hanno votato sì, e la loro voce non può essere ignorata. La riforma della giustizia resta una priorità nazionale, un tema che non si risolve con un voto ma con una battaglia culturale e politica che prosegue», fa il secondo. L’ex presidente del Veneto riflette: «In alcune regioni del Nord il sì ha prevalso in modo netto, e questo pone interrogativi politici veri sul rapporto tra territori, domanda di riforme e capacità del Paese di affrontare cambiamenti strutturali».

Il vicepremier, dopo i funerali di Umberto Bossi a Pontida e il voto di domenica a Roma dov’è adesso residente (curiosa nemesi storica), al mattino presto era partito per Budapest.…

Gli unici tre che si azzardano ad esprimere un’opinione prima che il grande capo “rifugiatosi” in Ungheria parli, sono Claudio Borghi, Armando Siri e Luca Zaia. Lo fanno via social: «Quando parlano i cittadini si ascolta, si sta zitti e si ringrazia», dice il primo. «Il risultato non chiude il dibattito, ma lo riapre. Milioni di italiani hanno votato sì, e la loro voce non può essere ignorata. La riforma della giustizia resta una priorità nazionale, un tema che non si risolve con un voto ma con una battaglia culturale e politica che prosegue», fa il secondo. L’ex presidente del Veneto riflette: «In alcune regioni del Nord il sì ha prevalso in modo netto, e questo pone interrogativi politici veri sul rapporto tra territori, domanda di riforme e capacità del Paese di affrontare cambiamenti strutturali».

Il vicepremier, dopo i funerali di Umberto Bossi a Pontida e il voto di domenica a Roma dov’è adesso residente (curiosa nemesi storica), al mattino presto era partito per Budapest. Il sodale dei Patrioti e presidente ungherese Viktor Orbán prepara il duello elettorale del 12 aprile contro il leader dell’opposizione Peter Magyar e Salvini commenta con poche righe: «Quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione. Rimaniamo convinti, come milioni di italiani che meritano rispetto e gratitudine, che sia necessario migliorare il sistema della giustizia. Anche per questo, il governo deve andare avanti con compattezza e determinazione».

Si era arrivati al voto con cattive sensazioni per il segretario federale: qualche contestazione alle esequie del Senatùr; poi addirittura una passante che fuori dal seggio romano lo aveva irriso con una battutaccia. Da via Bellerio però si fanno dei ragionamenti: Lombardia, Veneto e Friuli Venezia-Giulia sono le uniche regioni italiane dove ha vinto il sì e guarda caso, fanno notare, sono governate dal Carroccio. Sono le aree zoccolo duro della Lega. Un dato che, nel dietro le quinte e non solo, viene messo in risalto dai nordisti del partito. Zaia ad esempio lo ha rimarcato, seppur senza insistere sul piano interno alla Lega.

Cosa non ha funzionato? «Il contesto, specie nelle ultime settimane, era complicato a partire dalla situazione internazionale con le guerre e il caro energia dovuto alla crisi geopolitica», sottolinea la vicesegretaria Silvia Sardone. Nell’ultima riunione della segreteria del partito, due settimane fa, c’era chi si era lamentato dello scarso impegno di Giorgia Meloni in campagna elettorale. Ma era prima del rush finale, quando poi la premier si è spesa molto, calcando tv e altri media. Lo scaricabarile interno alla coalizione quindi non può funzionare. «Ha pesato una lettura più ideologica che di merito, e i dati confermano una spaccatura nel Paese», spiega invece Andrea Ostellari, sottosegretario alla Giustizia.

Girano molto di chat in chat le analisi dei flussi fatti da Swg: tra i partiti della maggioranza, gli elettori della Lega sono coloro che hanno trainato l’astensione con il 37 per cento. L’85 per cento dell’elettorato della Lega si è espresso a favore, il 14,1 per cento contro, è il dato fornito invece da Antonio Noto: curioso che sia una percentuale più alta che nel Pd, dove invece diversi dirigenti di peso si erano espressi contro la linea del partito per il no. Insomma, la campagna tutta centrata su famiglia nel bosco e giudici “amici dei clandestini” non ha funzionato. La “Bestia” non ha più lo smalto di un tempo.

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