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Convinta da La Russa, l'addio di Santanchè con una lettera: “Obbedisco, pago anche i conti degli altri”

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La ministra del Turismo prova a resistere per tutto il giorno ma nel pomeriggio è costretta a dimettersi dopo il pressing di Meloni e del partito. In una lettera afferma: “Sono penalmente immacolata, il mio passo indietro non era dovuto”
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«Cara Giorgia, ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni». La rabbia e l’orgoglio. Finisce così l’ultima disperata resistenza di Daniela Santanchè. Una lettera d’addio per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Una parola chiave: «Obbedisco». Lo scrive tra virgolette, citando Giuseppe Garibaldi. Obbedisce la Pitonessa, ma «l’amarezza» no, non la nasconde. La riversa in trenta righe di rimostranze. Dice che non vuole essere il «capro espiatorio» per la sconfitta referendaria, perché sa di esserlo. Parla di «passo indietro non dovuto». Si giustifica (poco) per aver «forse bruscamente» rifiutato le dimissioni richieste della premier, giovedì: «Capirai il mio stato d’animo». Recrimina e rivendica: «Il mio certificato penale è immacolato». È un congedo pieno di bile: «La mia vicenda è diversa da quella dell’onorevole Delmastro». A tratti sprezzante: «Sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri». L’unico epilogo possibile: lasciare “spon…

«Cara Giorgia, ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni». La rabbia e l’orgoglio. Finisce così l’ultima disperata resistenza di Daniela Santanchè. Una lettera d’addio per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Una parola chiave: «Obbedisco». Lo scrive tra virgolette, citando Giuseppe Garibaldi. Obbedisce la Pitonessa, ma «l’amarezza» no, non la nasconde. La riversa in trenta righe di rimostranze. Dice che non vuole essere il «capro espiatorio» per la sconfitta referendaria, perché sa di esserlo. Parla di «passo indietro non dovuto». Si giustifica (poco) per aver «forse bruscamente» rifiutato le dimissioni richieste della premier, giovedì: «Capirai il mio stato d’animo». Recrimina e rivendica: «Il mio certificato penale è immacolato». È un congedo pieno di bile: «La mia vicenda è diversa da quella dell’onorevole Delmastro». A tratti sprezzante: «Sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri». L’unico epilogo possibile: lasciare “spontaneamente” o farsi sfiduciare in aula, già lunedì.

La ministra capisce che la battaglia è persa nel pomeriggio, dopo aver tentato un arroccamento fuori tempo massimo. La giornata, infatti, inizia con un altro film. Santanchè arriva al ministero del Turismo alle 10, come fosse un giorno qualsiasi. Per qualche ragione le bandiere sono a mezz’asta, infausta coincidenza per le sue ultime ore in carica. Tailleur color avana, occhiali da sole, piega impeccabile. In mano un fascicoletto del Mef: “Pnrr: il futuro è presente”. Esce dalla macchina mentre parla al telefono – o finge di farlo per scansare le domande dei cronisti. La sua presenza nel dicastero di via di Villa Ada è la fotografia di una sfida, sfacciata, rivolta alla premier che solo una decina di ore prime ha chiesto la sua testa con una nota pubblica assai poco ortodossa. Al suo staff la titolare del Turismo fa dire che «tutti gli appuntamenti sono confermati»: una serie di riunioni per organizzare il forum internazionale sul Pet Tourism in programma a Roma a fine maggio e persino la presenza a un convegno di Assomarinas a Jesolo, l’indomani. Cancella solo la presentazione di un libro alla Camera alle 14.30. Si mostra al lavoro. I passanti si fermano per fare domande ai cronisti, alcuni per sibilare commenti velenosi: «E quando se ne va quella». Pure dalle macchine in corsa: «Dimettiti!».

La ministra si barrica in ufficio, ma fuori il tempo non si ferma. Lo stillicidio di dichiarazioni di esponenti del suo stesso partito si fa martellante ora dopo ora. Una manovra a tenaglia. Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli a Radio Uno dice che «chi fa parte di una squadra di governo dovrebbe rimettere il proprio mandato», se è ciò che chiede la premier. Il responsabile Organizzazione del partito Giovanni Donzelli le dimissioni le dà per «scontate». E il capogruppo meloniano al Senato Lucio Malan alle opposizioni, in aula, garantisce che la titolare del Turismo, «come tutti i ministri, seguirà le indicazioni del presidente del Consiglio». Ma la “Santa” non è come tutti, e la sua maggioranza lo sa. Per tutto il giorno nei capannelli alla Camera e al Senato il sentimento prevalente è l’incertezza. «Sta per arrivare un comunicato di dimissioni, anzi no». Nessuno si sente davvero di escludere che la ministra non scelga una fine spettacolare al grido di “muoia Sansone con tutti i filistei”: la sfiducia in aula, l’ultima fiammata per autocombustione.

Nel frattempo, però, l’ex imprenditrice continua a sentire il presidente del Senato Ignazio La Russa, l’amico di sempre, l’unico vero affetto dentro FdI. E alla fine, è lui a convincerla: «Daniela, non si può andare oltre». Lei esce con la macchina di scorta dalla sede di via Villa Ada alle 15, per l’ultima volta da ministra in carica. Nessuno sa dove stia andando. Passano le ultime tre ore al buio, poi le indiscrezioni si intensificano: lascia. Poco dopo le 18, il comunicato ufficiale: «Tengo di più al futuro del nostro movimento – scrive alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni – e alla nostra amicizia». Quello che ne rimane dopo uno scontro furioso e un’umiliazione pubblica: una premier costretta a chiedere con una nota il passo indietro di una ministra che rifiuta di essere accompagnata alla porta. La Russa è il primo a renderle l’onore delle armi, non a caso ricalcandone alla lettera, in alcuni passaggi, il comunicato di addio: «Un gesto non dovuto, non ci sono condanne». Poi l’ultimo grazie per aver «voluto eliminare ogni sorta di tensione nell’interesse di FdI e di tutto il centrodestra». Appena prima del disastro: una maggioranza spinta ad abbandonare la propria ministra sotto i colpi di una mozione di sfiducia.

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