ROMA – Per gli americani è stato un venerdì nero. Sulla base saudita Prince Sultan sono piovuti missili e droni: hanno distrutto tre costosi velivoli statunitensi, incluso il radar volante Sentry, ma soprattutto hanno mandato in tilt per diverse ore l’organizzazione della campagna aerea. La pista colpita è l’hub delle cisterne alate, indispensabili per tutte le attività dell’Us Air Force, che si tratti degli attacchi o del trasferimento dei rinforzi dagli States, intensificato negli ultimi giorni per i piani di offensiva terrestre.
Ed ecco che al Centcom, il comando che dalla Florida dirige la guerra, si sono ricordati di Sigonella: l’aeroporto catanese è in una posizione perfetta; sia come sosta intermedia per il via vai di squadriglie che attraversano l’Atlantico, sia per ospitare i tanker che li riforniscono di carburante. E in quella notte di crisi il problema — secondo quanto riferiscono fonti qualificate — ha riguardato gli strumenti bellici più importanti: i superbombardieri B1…
ROMA – Per gli americani è stato un venerdì nero. Sulla base saudita Prince Sultan sono piovuti missili e droni: hanno distrutto tre costosi velivoli statunitensi, incluso il radar volante Sentry, ma soprattutto hanno mandato in tilt per diverse ore l’organizzazione della campagna aerea. La pista colpita è l’hub delle cisterne alate, indispensabili per tutte le attività dell’Us Air Force, che si tratti degli attacchi o del trasferimento dei rinforzi dagli States, intensificato negli ultimi giorni per i piani di offensiva terrestre.
Ed ecco che al Centcom, il comando che dalla Florida dirige la guerra, si sono ricordati di Sigonella: l’aeroporto catanese è in una posizione perfetta; sia come sosta intermedia per il via vai di squadriglie che attraversano l’Atlantico, sia per ospitare i tanker che li riforniscono di carburante. E in quella notte di crisi il problema — secondo quanto riferiscono fonti qualificate — ha riguardato gli strumenti bellici più importanti: i superbombardieri B1.
Quella notte il Pentagono ha cercato di “forzare” l’autorizzazione per usare le infrastrutture della Penisola. Dopo aver chiesto lo scalo di un bombardiere alla base di Sigonella senza specificarne i motivi, la catena di comando italiana attraverso lo Stato maggiore ha raggiunto il ministro Guido Crosetto che ha negato l’atterraggio prima che il velivolo americano potesse avvicinarsi al nostro spazio aereo. Secondo le registrazioni di Flightradar24, quella notte a Sigonella c’è stato un unico episodio insolito: intorno alle otto e mezzo un Boeing C40 in arrivo da Creta è stato fatto attendere per una ventina di minuti, compiendo cerchi sulla costa. Si tratta di un bireattore dell’Us Navy, usato solo per trasferire personale e ha poi ottenuto il permesso. Così come nelle ore successive sono potuti atterrare due C130 Hercules provenienti dal porto saudita sul Mar Rosso e un P8 Poseidon reduce da una spedizione di sorveglianza sulle coste di Israele e Libano. Sono stanziati in Sicilia da prima del conflitto e le loro missioni non sono a supporto diretto di chi compie “attività cinetiche”, il termine usato per indicare gli attacchi sull’Iran.
Diverso, invece, il caso dei due grandi bombardieri B1 Lancer partiti venerdì dopo il tramonto dall’Inghilterra per sganciare ordigni sulla Repubblica Islamica. Hanno fatto il pieno la prima volta sulla Manica, in modo da decollare con il massimo carico bellico: fino a 13 tonnellate di bombe. Poi però i tracciati radar hanno un buco nero, come se l’appuntamento per il secondo rifornimento sia andato fallito. È possibile che i vertici Usa l’abbiano considerata un’emergenza e al rientro dall’assalto abbiano per questo domandato di scendere a Sigonella, dove tuttavia proprio il tipo di velivolo di cui si chiedeva lo scalo e la rotta seguita indicavano che si trattava di un mezzo impegnato nei raid più devastanti sull’Iran.
Nei cieli dell’Europa quella notte è accaduto anche altro. È proseguita la lunga processione di caccia diretti verso il Golfo, tutti con lo stesso problema di rivedere i piani alla luce dei danni subìti dall’aeroporto saudita. In particolare dall’Inghilterra si sono mosse due squadriglie di F35C dell’aviazione dei Marines: la loro rotta si è intrecciata su Sigonella e anche loro, in teoria, se avessero potuto fare scalo, avrebbero alleggerito l’opera degli aerorifornitori. Dall’inizio del conflitto, l’Italia non risulta avere mai permesso la sosta di caccia, bombardieri e dei loro velivoli di supporto nemmeno durante la migrazione dagli States. I B52 e i B1 basati in Gran Bretagna durante i raid cercano di evitare i nostri cieli. Sono stati accettati solo apparati di sorveglianza, come i cinque aerei radar EC2 Hawkeye transitati da Aviano la scorsa settimana.
Quanto a Sigonella, venerdì 13 marzo uno dei convogli volanti di jet da combattimento e cisterne si è alzato dal New Hampshire indicando — come ha riportato il sito specializzato Itamilradar — quale meta l’aeroporto siciliano ma sono stati dirottati su quello britannico di Mildenhall. I caccia hanno poi proseguito il viaggio mentre sei giorni dopo nella base catanese sono giunti soltanto i quattro tanker KC135 che li accompagnavano, diretti oltre l’Atlantico.
Per gli Usa condurre una guerra in Medio Oriente senza le basi italiane è un problema mai affrontato prima. Ma nel passato ogni intervento è stato concordato prima, persino quando venivano colpiti Paesi a noi legati come nell’attacco a Tripoli del 1986: una regola infranta solo dall’amministrazione Trump.