Sigonella, il via libera di Meloni e i contatti con gli Usa: mossa tra equilibrio e calcolo
di Tommaso CiriacoROMA – La notte del no, si intende quella in cui Roma ha negato l’atterraggio dei bombardieri americani a Sigonella, Giorgia Meloni viene informata direttamente da Guido Crosetto. È da poco passata la mezzanotte. Il contatto è in tempo reale. La premier prende atto di quanto gli spiega il suo ministro della Difesa. E acconsente. Anche il Colle viene informato, dopo il rifiuto all’utilizzo della base. Dal mattino dopo, però, il governo è alle prese con due sfide. La prima riguarda la gestione della reazione americana. La seconda, la possibilità di far fruttare questo diniego sul fronte del consenso.
Il primo obiettivo di palazzo Chigi è contenere il danno. Spiegando all’alleato che nulla è stato fatto al di fuori delle regole, che si trattava di una scelta obbligata. L’operazione coinvolge i vertici dell’esecutivo (e solo dopo l’intelligence, non chiamata in causa invece nella gestione dell’emergenza). L’informazione segue diversi canali, a vari livelli. Quello della Difesa, soprattutt…
ROMA – La notte del no, si intende quella in cui Roma ha negato l’atterraggio dei bombardieri americani a Sigonella, Giorgia Meloni viene informata direttamente da Guido Crosetto. È da poco passata la mezzanotte. Il contatto è in tempo reale. La premier prende atto di quanto gli spiega il suo ministro della Difesa. E acconsente. Anche il Colle viene informato, dopo il rifiuto all’utilizzo della base. Dal mattino dopo, però, il governo è alle prese con due sfide. La prima riguarda la gestione della reazione americana. La seconda, la possibilità di far fruttare questo diniego sul fronte del consenso.
Il primo obiettivo di palazzo Chigi è contenere il danno. Spiegando all’alleato che nulla è stato fatto al di fuori delle regole, che si trattava di una scelta obbligata. L’operazione coinvolge i vertici dell’esecutivo (e solo dopo l’intelligence, non chiamata in causa invece nella gestione dell’emergenza). L’informazione segue diversi canali, a vari livelli. Quello della Difesa, soprattutto. La diplomazia, soprattutto attraverso contatti tra palazzo Chigi e l’ambasciata americana a Roma. Non ci sono conferme ufficiali, invece, di una telefonata tra la premier e Donald Trump, anche se per tutta la giornata di ieri circola questa indiscrezione. Di certo, con Washington si raggiunge lo scopo: nessuna scomunica, promettono dagli Stati Uniti, nessuna tensione quando la notizia trapelerà.
Già un paio di giorni dopo la notte di venerdì l’esecutivo prende atto che, prima o dopo, quanto accaduto diventerà pubblico. E d’altra parte, fortissima è l’attenzione delle opposizioni – e in particolare del Movimento 5 stelle – su quanto si muove attorno a Sigonella. E siamo a ieri. L’informazione diventa pubblica. Con i suoi, Crosetto la rivendica, spiegando che nessuna rottura si è consumata. Non con gli americani, sostiene, né per mano americana: «Nessuno strappo, nessun incidente, nulla di problematico. Gli Usa conoscono le regole meglio di noi. Noi non siamo la Spagna e rispettiamo gli accordi». Per il ministro, insomma, potrebbe essersi trattato di un errore, perché gli Usa «non farebbero mai una cosa senza avvertire», né una «forzatura deliberata».
Per Meloni, gli eventi impongono un surplus di equilibrismo. Non giudica svantaggioso che l’opinione pubblica venga a conoscenza del rifiuto agli Usa. L’esito del referendum, d’altra parte, ha mostrato una profonda insofferenza verso l’esecutivo, legata anche al posizionamento italiano nelle crisi e alla relazione speciale con Trump. Vuole marcare dunque un po’ di distanza, anche in vista del passaggio alle Camere il prossimo 9 aprile. A condizione però di non esagerare, per non generare una reazione ostile della Casa Bianca. Un attacco esplicito, come quello riservato ieri ad esempio alla Francia di Emmanuel Macron, avrebbe un effetto esplosivo sulla diplomazia finora ultra-americana della presidente del Consiglio.
Ecco perché Meloni preferisce comunque vergare un comunicato che ribadisce la solida alleanza con gli Usa. Altro discorso è la percezione che a palazzo Chigi si registra quando si evoca il tycoon. Da mesi, la premier è consapevole degli effetti nefasti dell’abbraccio del tycoon. Insofferenza finora celata, eppure pronta a manifestarsi a porte chiuse. Come accaduto un paio di riunioni fa, nella sede della presidenza. La leader, riferiscono, è intenta a scorrere una tabella sul costo dei carburanti: per pochi centesimi di sconto, un esborso da centinaia di milioni. È a quel punto che parte uno sfogo contro la guerra di Trump e la sua strategia. Estemporanea, dannosa per gli alleati. Nasce in questo clima il “caso Sigonella”, che contraddice gli ultimi sedici mesi spesi a giustificare il partner. I meloniani attribuiscono alla premier ragionamenti che si possono sintetizzare così: non gli devo nulla, rispondo agli italiani. Gli stessi che nove giorni fa hanno affondato il referendum con quindici milioni di no, facendole scontare anche l’amicizia con Trump.