I Regeni: “La storia di Giulio dà fastidio a qualcuno. Il doc smuove le coscienze”
di Giuliano Foschini«Forse tutto questo a qualcuno dà fastidio o fa paura». Paola e Claudio Regeni in questi dieci anni hanno visto tutto. Prima «tutto il male del mondo», sul volto del loro figlio. E poi le bugie, i depistaggi, i silenzi. Un processo che sembrava non dovesse mai partire e che invece, tra qualche mese, dovrebbe arrivare a sentenza. Grazie al lavoro della procura di Roma, dei carabinieri del Ros, degli uomini dello Sco. Ma anche grazie alla loro ostinazione, a quella determinazione civile che li ha tenuti in piedi quando tutto intorno sembrava franare. Per questo oggi, accanto alla loro avvocata Alessandra Ballerini, non si scompongono più di tanto davanti all’ultima decisione: il ministero della Cultura ha escluso dai finanziamenti «Tutto il male del mondo», il documentario di Simone Manetti sul sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni, prodotto da Mario Mazzarotto per Ganesh e da Domenico Procacci per Fandango. Non è un progetto sulla carta. È un film già fatto, già visto.
Un…
«Forse tutto questo a qualcuno dà fastidio o fa paura». Paola e Claudio Regeni in questi dieci anni hanno visto tutto. Prima «tutto il male del mondo», sul volto del loro figlio. E poi le bugie, i depistaggi, i silenzi. Un processo che sembrava non dovesse mai partire e che invece, tra qualche mese, dovrebbe arrivare a sentenza. Grazie al lavoro della procura di Roma, dei carabinieri del Ros, degli uomini dello Sco. Ma anche grazie alla loro ostinazione, a quella determinazione civile che li ha tenuti in piedi quando tutto intorno sembrava franare. Per questo oggi, accanto alla loro avvocata Alessandra Ballerini, non si scompongono più di tanto davanti all’ultima decisione: il ministero della Cultura ha escluso dai finanziamenti «Tutto il male del mondo», il documentario di Simone Manetti sul sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni, prodotto da Mario Mazzarotto per Ganesh e da Domenico Procacci per Fandango. Non è un progetto sulla carta. È un film già fatto, già visto.
Un pugno nello stomaco passato nelle sale, accolto dal pubblico, premiato con il Nastro d’Argento per la legalità. E destinato a circolare ancora. Eppure è stato bocciato, fuori dai contributi assegnati secondo criteri di «qualità artistica» e «identità culturale». «È una scelta politica», ha detto Procacci. Ed è difficile non leggere così quella decisione, guardando quello che succede fuori. «Il successo che ha avuto nelle sale, il fatto che tanti Comuni, scuole, parrocchie e associazioni anche straniere stiano chiedendo di poterlo proiettare e l’adesione di 76 atenei italiani al progetto “Le Università per Giulio Regeni” certificano che questa opera non ha solo suscitato interesse, ma ha incontrato l’approvazione di moltissime persone», spiegano i genitori. Il 5 maggio è prevista una proiezione al Parlamento europeo.
E allora la domanda resta sospesa: perché? In questi anni, raccontano, li ha indignati soprattutto un tentativo: trasformare la storia di Giulio – un cittadino italiano sequestrato, torturato e ucciso da apparati di uno Stato straniero – in una vicenda “di parte”. Sindaci che hanno tolto gli striscioni «Verità e giustizia», silenzi istituzionali, imbarazzi. Come se chiedere giustizia non fosse un terreno comune. Per questo la loro riflessione si allarga. «Le violazioni dei diritti umani che ha subito Giulio coinvolgono necessariamente tutti i cittadini e smuovono le loro coscienze». Il documentario, spiegano, tiene insieme tutto: «racconta non solo chi era Giulio, appassionato ed integerrimo ricercatore italiano, ma anche le atrocità che può compiere una dittatura e la forza di una magistratura e di una società civile che non si arrende all’impunità». È un messaggio che passa. «Le persone lo sanno e in queste ore ci stanno tempestando di messaggi di indignata solidarietà». È qui che quella frase torna a pesare: «Forse tutto questo a qualcuno dà fastidio o fa paura». Perché quando questa storia esce dalle aule giudiziarie e diventa coscienza condivisa, smette di essere controllabile.
Lo si vede anche da quello che si muove intorno. Repubblica ha chiesto con un commento che il governo torni indietro. Il testo è diventato, in rete, un appello con centinaia di adesioni. Tra queste quella di Evelina Christillin e del Museo Egizio di Torino, che ha ricordato la scelta, dieci anni fa, di dedicare a Giulio una sala «per farlo vivere ancora», e l’impatto del film: un racconto che lascia «fiato sospeso» e restituisce «la profondità immensa del dolore e dell’ingiustizia». Poi Luciana Littizzetto, Giuseppe Giulietti con Articolo 21, e quel “popolo giallo” che non ha mai smesso di esserci.
Procacci insiste: non è un tema economico. «Alla mia società non viene in tasca niente». È una questione civile. «Il documentario è stato fatto, è uscito, ha già vinto. Bocciare un progetto così non può essere una scelta di merito». Alla fine si torna lì. Alla frase iniziale. «Giulio, con o senza finanziamenti, continuerà a “fare cose”». Fuori dai ministeri, dentro le sale, nelle università. Nelle coscienze. In quella parte di Paese che non ha mai smesso di chiedere verità e giustizia.