Sarà chiamato a risponderne in aula, il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Non se la caverà restando in silenzio. E nemmeno potrà declinare ogni responsabilità con un comunicato stampa, come a un certo punto si era ipotizzato ai piani alti del Collegio romano.
Dovrà spiegare in Parlamento «per quali ragioni il documentario su Giulio Regeni — il ricercatore italiano sequestrato, torturato e ucciso al Cairo nel 2016 — non abbia ottenuto i finanziamenti pubblici» chiesti dai produttori (Ganesh e Fandango) alla commissione incaricata di assegnare i contributi selettivi al cinema. Provare ad allontanare il sospetto che non si è trattato di «una scelta politica», come invece le opposizioni denunciano. Messo nero su bianco nelle tre interrogazioni urgent…
Sarà chiamato a risponderne in aula, il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Non se la caverà restando in silenzio. E nemmeno potrà declinare ogni responsabilità con un comunicato stampa, come a un certo punto si era ipotizzato ai piani alti del Collegio romano.
Dovrà spiegare in Parlamento «per quali ragioni il documentario su Giulio Regeni — il ricercatore italiano sequestrato, torturato e ucciso al Cairo nel 2016 — non abbia ottenuto i finanziamenti pubblici» chiesti dai produttori (Ganesh e Fandango) alla commissione incaricata di assegnare i contributi selettivi al cinema. Provare ad allontanare il sospetto che non si è trattato di «una scelta politica», come invece le opposizioni denunciano. Messo nero su bianco nelle tre interrogazioni urgenti appena depositate a Montecitorio.
«Siamo davanti a un fatto che deve essere chiarito», si legge nell’atto ispettivo del Pd che vede come prima firmataria la segretaria Elly Schlein e, a seguire, la capogruppo alla Camera Chiara Braga, insieme ai componenti della commissione Cultura: «Parliamo di un’opera di evidente valore civile e culturale, eppure esclusa dal sostegno pubblico senza motivazioni convincenti». Una decisione «ingiusta, sbagliata, inaccettabile e offensiva della memoria di Giulio e nei confronti della sua famiglia», rincara il capogruppo dem in Senato Francesco Boccia. Tanto più che «il film è stato già realizzato, premiato e sostenuto da numerose università», ricorda il co-leader di Avs Angelo Bonelli. «Siamo oltre la fantascienza», fa eco Riccardo Magi di +Europa: «È stata ritenuta di scarso interesse culturale una pellicola che ha vinto il Nastro della Legalità 2026, sarà proiettata in settantasei atenei italiani che hanno aderito all’iniziativa promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo e il 5 maggio verrà presentata al Parlamento europeo».
Ergo, i casi sono due: «O la commissione ministeriale è totalmente incompetente oppure, cosa più probabile, c’è stato un mandato politico per negare i fondi statali al doc su Regeni». Comunque sia, in entrambi i casi «la responsabilità del governo Meloni è grave», insiste Bonelli: «Da un lato fa affari su gas e petrolio con regimi che violano i diritti umani, dall’altro di fatto censura un lavoro che chiede verità e giustizia». Frutto anche, secondo il Pd, della recente riforma del sistema di assegnazione dei contributi al cinema che «ha riportato a una gestione più discrezionale e politicizzata, eliminando meccanismi automatici e trasparenti». Dunque pensata apposta per orientare le scelte dei commissari nominati da Giuli.
D’altra parte, fra i cinque incaricati di selezionare i documentari meritevoli di sovvenzione, almeno tre sono riconducibili alla maggioranza. Benedetta Fiorini è un’ex deputata leghista, ricandidata ma non eletta alle ultime politiche, quindi ricollocata (oltre che nel cda dell’Enac) nel comitato che fa capo alla Direzione cinema, senza avere alcuna competenza specifica. Pasqualino (Lino) Damiani, già regista e docente a RomaTre, era nella rosa di FdI per il cda Rai. L’avvocato Giacomo Ciammaglichella, specializzato in diritto d’autore e proprietà industriale, ha ricevuto vari incarichi dalla regione Lazio guidata dal meloniano Rocca. Di fronte a “esperti” così, dubitare è lecito, sospettare legittimo.