C’è odore di campagna elettorale nell’aula della Camera. Trasuda da ogni sillaba pronunciata dalla prima ministra, che per almeno cinque volte in 50 minuti di arringa difensiva sibila «io vi sfido», scrutando torva l’ala sinistra dell’emiciclo. Si avverte nella replica tutta all’attacco della segretaria del Pd, unica fra gli avversari citata per nome, che esordisce con un gancio sotto la cintura: «Presidente, il suo è stato un discorso di autoconvincimento. Lei ci sfida, ma vi do una notizia, l’avete già persa quella sfida perché avete sfidato la Costituzione e avete perso. Volete tornare all’opposizione, vi accontenteremo».
Eccolo il duello che ti aspetti. Va avanti da inizio legislatura. Solo che ha qualcosa di diverso nel giorno solenne dell’informativa in Parlamento, …
C’è odore di campagna elettorale nell’aula della Camera. Trasuda da ogni sillaba pronunciata dalla prima ministra, che per almeno cinque volte in 50 minuti di arringa difensiva sibila «io vi sfido», scrutando torva l’ala sinistra dell’emiciclo. Si avverte nella replica tutta all’attacco della segretaria del Pd, unica fra gli avversari citata per nome, che esordisce con un gancio sotto la cintura: «Presidente, il suo è stato un discorso di autoconvincimento. Lei ci sfida, ma vi do una notizia, l’avete già persa quella sfida perché avete sfidato la Costituzione e avete perso. Volete tornare all’opposizione, vi accontenteremo».
Eccolo il duello che ti aspetti. Va avanti da inizio legislatura. Solo che ha qualcosa di diverso nel giorno solenne dell’informativa in Parlamento, dopo la batosta referendaria: come se i ruoli si fossero ribaltati, il sole in tasca di Giorgia Meloni appare offuscato, quello di Elly Schlein senza più nubi. Lo dicono quasi in coro i leader della minoranza: si intravede all’orizzonte l’alba della riscossa. A segnalarlo è pure il barometro delle smorfie che le due rivali — entrambe in pantsuit: scuro l’una, azzurro l’altra, e anche questo non è un dettaglio — si scambiano a distanza. Un dialogo muto, eppure eloquente: occhi al cielo, mani sul viso, sorrisini arcigni la capa del governo, mentre ascolta accigliata colei che vorrebbe prendere il suo posto e incalza con gesti studiati. Talmente convinta, Schlein, che il conto alla rovescia sia ormai partito, da aggiornare l’agenda in vista di più nobili incombenze: domani mattina parteciperà alla festa della polizia, sabato farà un giro al Vinitaly per ascoltare i produttori piegati dai dazi. Due prime volte, non proprio una coincidenza.
Meloni alle opposizioni: "Vi sfido a un dibattito nel merito". Schlein: "Già perso al referendum"
Bastava sentirla in aula, la segretaria dem. «Presidente, che occasione storica ha sprecato per cambiare il Paese», accusa guardandola dritta. «Avevate i numeri qua dentro per fare tutto e non avete fatto nulla. Di lei si ricorderà un’autonomia differenziata bocciata dalla Consulta, una riforma costituzionale bocciata dal voto popolare, un premierato proposto e poi abbandonato». Implacabile nel mettere in fila i fallimenti del governo: «Ma chi pensate di prendere in giro? Dovevate aumentare le pensioni minime a mille euro, le avete alzate di un paio di caffè. Volevate contrastare la denatalità, ma oggi nascono meno figli; volevate occuparvi di sicurezza, ma i reati sono aumentati e sapete solo scaricare le vostre responsabilità sui sindaci». Meloni è nera, ma Schlein non si ferma: «Se non è troppo impegnata con gli scandali dei suoi ministri le mando una cartolina dal Paese reale, quello in cui negli ultimi 4 anni gli stipendi si sono abbassati di 9 punti percentuali, mentre il carrello della spesa è aumentato di 25. La crescita è zero. L’inflazione in salita. E se non fosse stato per il Pnrr che voi non avevate votato, saremmo già in recessione».
È quel che rimarca anche Giuseppe Conte. Pure lui in modalità candidato premier, segno che la partita per la leadership interna alla coalizione è tutt’altro che decisa. Lo farà notare più tardi in Transatlantico: «Meloni ha citato solo Schlein? Non è lei che decide chi guiderà il campo progressista». Accusata in aula di raccontare «una realtà mitologica, credo che la sveglia del referendum non abbia suonato a palazzo Chigi», graffia il capo 5S. «Ha vantato grandi numeri, ma non i numeri essenziali: 4 anni e zero riforme», insiste. «Dice che ci mette la faccia, ma senza capacità l’Italia si trova in braghe di tela. I salari reali sono crollati, la pressione fiscale è la più alta da 10 anni, la produzione industriale in calo da tre, e siamo agli sgoccioli della legislatura. La faccia ce la mette, ma la faccia tosta non le manca». Unica sbavatura, l’invito a «comprare il gas russo» che fa infuriare gli alleati.
Al Senato, stessa musica. Il verde Angelo Bonelli l’aveva già scandito a Montecitorio: «Presidente, lei ha fatto il discorso del suo declino, ha detto che non si dimette, ma oggi ha aperto la sua campagna elettorale». E Matteo Renzi rincara: «Se l’opposizione resta unita, il “no” che rimbomba è un “no” che da qui al 2027 vi porterà a fare le valigie. Il governo Vinavil ha una data di scadenza chiara. Tra poco ritocca a noi». Il medesimo pronostico di Schlein: «Toccherà a noi costruire l’alternativa. Toccherà a noi attuare fino in fondo la Costituzione che avete provato a stravolgere». Ribadito anche da Conte: «Siamo pronti per la sfida progressista». E a riprova che stavolta si fa sul serio, a fine lavori alla Camera i leader del centrosinistra si appartano a gruppi di due: prima Conte-Schlein; poi Schlein e Fratoianni; infine Conte con Fratoianni e Bonelli. È di Avs la spinta: «Bisogna fare in fretta», avvertono. «Meloni è sotto botta, vediamoci e mandiamo subito un messaggio di unità».