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Magyar, il patriota che si ribellò a Viktor Orbán: “Ora torniamo normali”

Peter Magyar 

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L’elettorato del nuovo premier ungherese è per due terzi liberale, progressista o ambientalista. Solo l’11% si considera conservatore. Ma milioni l’hanno votato perché era un’opportunità unica di spodestare il “Viktator”
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BUDAPEST – Peter Magyar ha vinto una scommessa che sembrava impossibile fino a pochi mesi fa. Ma dopo il trionfo di ieri è chiaro che tanti ungheresi lo hanno considerato come l’uomo della provvidenza, l’unico in grado di restituire dignità all’Ungheria e di riportarla in un’orbita democratica ed europea. L’unico in grado, insomma, di battere l’inamovibile “Viktator”. Anche se molti, anche tra i suoi elettori, faticano a fidarsi di un uomo che per decenni ha fatto parte della nomenklatura di Fidesz, il partito di Orbán. E che già nella prima, clamorosa intervista a Partizan della primavera del 2024 in cui consumò lo strappò con apám (“papà”), come gli ungheresi chiamano ironicamente l’autocrate, si descrisse “di destra” e “conservatore”.

Il punto è che l’elettorato di Magyar è per due terzi liberale, progressista o ambientalista. Solo l’11% si considera conservatore. Ma milioni di ungheresi si sono tappati il naso perché hanno capito che quella di ieri era un’opportunità unica di spod…

BUDAPEST – Peter Magyar ha vinto una scommessa che sembrava impossibile fino a pochi mesi fa. Ma dopo il trionfo di ieri è chiaro che tanti ungheresi lo hanno considerato come l’uomo della provvidenza, l’unico in grado di restituire dignità all’Ungheria e di riportarla in un’orbita democratica ed europea. L’unico in grado, insomma, di battere l’inamovibile “Viktator”. Anche se molti, anche tra i suoi elettori, faticano a fidarsi di un uomo che per decenni ha fatto parte della nomenklatura di Fidesz, il partito di Orbán. E che già nella prima, clamorosa intervista a Partizan della primavera del 2024 in cui consumò lo strappò con apám (“papà”), come gli ungheresi chiamano ironicamente l’autocrate, si descrisse “di destra” e “conservatore”.

Il punto è che l’elettorato di Magyar è per due terzi liberale, progressista o ambientalista. Solo l’11% si considera conservatore. Ma milioni di ungheresi si sono tappati il naso perché hanno capito che quella di ieri era un’opportunità unica di spodestare Orbán. Alle ultime elezioni, nel 2022, sei partiti della litigiosa opposizione si erano riuniti intorno a un unico candidato, Péter Marki-Zay, e avevano perso malissimo. Successivamente, gli ungheresi avevano perso ogni speranza: un vuoto in cui si è inserito l’apparatchik Peter Magyar, il ribelle. O il traditore, a seconda dei punti di vista.

Avvocato di formazione, il suo impegno politico comincia nel 2006, quando rappresenta alcuni manifestanti che sono stati picchiati dalla polizia durante il governo di sinistra di Ferenc Gyurcsany. L’uomo, tra parentesi, che contribuì enormemente con i suoi disastrosi governi e consegnare l’Ungheria a Orbán: durante la campagna elettorale del 2010 venne fuori una telefonata in cui l’allora premier ammise di aver «mentito mattina, pranzo e sera agli ungheresi». Pochi mesi dopo il leader di Fidesz si prese l’Ungheria per sedici anni.

Per anni, Magyar rimane un oscuro funzionario di partito, venendo da una famiglia celebre di Budapest: la madre è una giurista dell’Alta corte, il fratello di sua nonna era l’ex presidente della Repubblica Ferenc Mádl. Magyar viene insomma dall’élite urbana sempre detestata e sbertucciata da Orbán. E per anni resta anche all’ombra di sua moglie, Judit Varga, nominata ministra della Giustizia. Finché uno scandalo di pedofilia che travolge l’allora presidente della Repubblica Katalina Novak non costringe lei alle dimissioni e lui a uscire allo scoperto.

È la primavera del 2024. E da allora Magyar è riuscito a calamitare intorno a sé un movimento crescente, un’onda che ha travolto tutto. L’avvocato di Budapest ha aderito a un partito moribondo, Tisza, e lo ha ricostruito intorno a sé, attraverso i gruppi nati spontaneamente di Facebook, i volontari delle “Isole Tisza”, ridando speranza a un Paese che temeva di essersi condannato per sempre allo “Stato-mafia”.

La crisi economica, la stagnazione successiva al Covid da cui l’Ungheria non si è mai ripresa, un’inflazione attanagliante, fissa per anni al 4%, sono stati alcuni dei fattori principali che hanno convinto tanti elettori di Orbán a voltare le spalle a Fidesz. Alle elezioni europee del 2024 Magyar ha già incassato il 30% e ha spedito una nutrita pattuglia di europarlamentari a Bruxelles. La sua sfida all’autocrate, da allora, non si è mai fermata.

Magyar ha battuto con i comizi a tappeto le campagne - roccaforti tradizionali di Orbán - infliggendosi dai tre ai sette appuntamenti quotidiani anche nei villaggi più sperduti. Veri e propri spettacoli ripresi dai droni, immortalati dalle dirette sui social, coreografati dai suoi che intonavano gli slogan dal palco e facevano le prove prima dell’arrivo di “Péter”, come qui lo chiamano ormai tutti. Parallelamente, il leader Tisza, escluso dalla stragrande maggioranza dei media, finiti in questi sedici anni sotto il controllo ferreo di Fidesz, ha continuato a spargere il verbo sui social. La promessa di riportare l’Ungheria in Europa, di allontanarla dall’orbita di Putin, di trasformarla di nuovo in una democrazia e di ripristinare i pesi e contrappesi spazzati via da Orbán. E con i due terzi del Parlamento conquistati con ogni probabilità alle elezioni di ieri, potrà farlo.

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