Nascosti in giardino, incappucciati e armati, i quattro banditi l’hanno aggredito alle spalle, appena è sceso dalla Lamborghini. L’aveva parcheggiata in uno dei garage della villa di Arcugnano, sulle colline intorno a Vicenza. Dopo un’ora di minacce e violenze — a lui, l’ex senatore leghista Alberto Filippi, 60 anni, amministratore della Unichimica, azienda di famiglia, e alla moglie e alle due figlie di 10 e 13 anni — hanno portato via collezioni di orologi lussuosi, borse firmate, pellicce. Per un valore di tre milioni di euro.
Dottor Filippi, come sta?
«Ho un mal di schiena tremendo, non riesco a camminare. Mi hanno riempito di pugni, ho un occhio nero». La voce, al telefono, è dolorante.
Venerdì sera, le undici. Era a bordo dell’auto.
«Rientravo da un evento elettoral…
Nascosti in giardino, incappucciati e armati, i quattro banditi l’hanno aggredito alle spalle, appena è sceso dalla Lamborghini. L’aveva parcheggiata in uno dei garage della villa di Arcugnano, sulle colline intorno a Vicenza. Dopo un’ora di minacce e violenze — a lui, l’ex senatore leghista Alberto Filippi, 60 anni, amministratore della Unichimica, azienda di famiglia, e alla moglie e alle due figlie di 10 e 13 anni — hanno portato via collezioni di orologi lussuosi, borse firmate, pellicce. Per un valore di tre milioni di euro.
Dottor Filippi, come sta?
«Ho un mal di schiena tremendo, non riesco a camminare. Mi hanno riempito di pugni, ho un occhio nero». La voce, al telefono, è dolorante.
Venerdì sera, le undici. Era a bordo dell’auto.
«Rientravo da un evento elettorale. Non faccio politica da anni, ma avevo risposto a un invito. La sera non esco mai senza la mia famiglia. Avevo appena chiamato mia moglie al telefono, Monica. Le avevo detto: ‘Stacca l’allarme”. Sono entrato nel garage, ho spento l’auto e ho messo i piedi a terra».
Erano nel giardino.
«Sono usciti da una siepe. Subito violenti».
Racconti.
«Mi hanno preso da dietro, ho provato a reagire. Mi hanno colpito duro. Pochi secondi e avevo una pistola che mi schiacciava la guancia, la impugnava quello che sembrava il capo. Mi ha strusciato la canna sulla pelle, mi ha lasciato un segno, poi l’ha caricata. E me l’ha puntata alla faccia».
Cosa le dicevano?
«Apri la porta, portaci in casa. Due parlavano, due sono rimasti sempre in silenzio».
In che lingua parlavano?
«In italiano, con un accento dell’Est Europa. Il capo si esprimeva in un buon italiano».
Nel Nord-Est sono ormai famose le bande moldave, organizzate e violente.
«I carabinieri mi hanno chiesto di non rivelare troppi particolari».
È entrato in casa, spinto da dietro.
«Hanno preso subito mia moglie e le bambine, che mi stavano correndo incontro. Uno mi ha portato al piano di sopra, e mi ha tenuto fermo con un cacciavite lungo venti centimetri. Lo sentivo sull’addome, diceva che mi avrebbe perforato se non ubbidivo».
Sotto, la moglie e le figlie.
«Hanno separato Monica dalle bambine, due stanze diverse: “State calme, non vi agitate”, dicevano».
Hanno picchiato anche loro?
«Monica, sì. Quando mia moglie le ha sentite urlare, si è scontrata con il suo sequestratore. L’ha colpita, ma poi l’hanno lasciata avvicinare alle bambine. I rapinatori le urlavano: “Dove sono gli orologi di tuo marito?”. Volevano quelli: la collezione di Patek Philippe e i Rolex».
Erano nella cassaforte?
«No, l’hanno aperta ed era vuota. Li avevamo nascosti, ma li hanno trovati. Meglio, li ha dovuti consegnare mia moglie».
Cos’altro hanno portato via?
«Borse Hermes e pellicce. Tre milioni di euro il valore, malcontati».
Li aveva assicurati?
«Ho una polizza al minimo, quasi tutto il bottino è senza protezione».
I rapinatori sapevano della collezione, e sapevano che lei, quella sera, era uscito e stava rientrando.
«Sì, erano arrivati mezz’ora prima, in auto».
Come può dirlo?
«In villa ho trenta telecamere, quasi tutte nascoste. E loro non potevano saperlo».
Quanto è durata l’arancia meccanica?
«Un’ora, terrore puro. Niente sarà più come prima, dovrò convivere con la paura, controllare sempre l’allarme. Una cosa così la comprendi solo se la provi».
Ha allertato subito i carabinieri?
«Appena i banditi sono fuggiti. Ho chiamato il 112 e il mio avvocato storico, Cesare Dal Maso. Sono arrivati subito, tutti».
È andato al pronto soccorso.
«Mi ha accompagnato il legale. Dieci giorni di prognosi».
La famiglia?
«Si è dimostrata forte, ho una famiglia con gli attributi».
Dicevamo che i rapinatori sapevano molte cose su di lei.
«Alcune mi sorprendono».
Le indagini come procedono?
«I carabinieri sono rimasti tutta la notte e sono tornati nella giornata di ieri. Si sono concentrati sulle telecamere, andando a ritroso con le immagini per diverse settimane».
Avranno visto anche gli appostamenti dei rapinatori, questa volta a viso scoperto, realizzati per preparare il colpo.
«Gli investigatori mi hanno già rimproverato: parli troppo».
È molto appartata la sua villa?
«Relativamente».
I vicini possono aver sentito le urla?
«È possibile».
Orologi, borse, pellicce.
«Sono trent’anni di lavoro, hanno rubato ciò che aveva valore».
In passato è stato accusato da un pentito calabrese di aver commissionato due attentati, a un giornalista e a un concorrente. È stato tutto archiviato. Può nascere da lì la rapina di venerdì?
«No, questo è il giro delle bande dell’Est. Professionisti che ti prendono di mira, trovano informatori, studiano l’assalto».
Gruppi preparati ormai stanziali nel Nord-Est.
«Si può accettare che nella terra che ha sconfitto Felice Maniero si torni a cinquant’anni fa, solo che i rapinatori, oggi, sono stranieri?».
Qui si sentono le radici leghiste.
«Il mio rapporto con la Lega è finito nel 2011. Mi hanno decapitato non appena ho alzato una questione, non sono abituati a discutere. Sono stato un senatore della Lega, ma oggi è l’ultimo partito che voterei. Certo, ho valori di centrodestra e fra i primi tre metto la sicurezza. Basta guardare chi sono, oggi, i detenuti delle carceri italiane e si capisce che sicurezza e immigrazione sono due argomenti che spesso si toccano. La politica non interviene, e non si può dare la colpa alla mancanza di coperture economiche. È una questione di volontà, ma, mi rendo conto, oggi sono toccato da vicino dal problema».