Scoppia il caso Di Foggia sulla sua buonuscita. Il fatto che, come anticipato da Repubblica sabato scorso, l’ad di Terna Giuseppina Di Foggia, designata alla presidenza dell’Eni, non voglia dimettersi se non dietro la corresponsione di 7,3 milioni di indennità di fine mandato (la cosiddetta severance), ha sollevato una valanga di critiche sui social nelle scorse ore. E anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è stato definito dai suoi più stretti collaboratori “indignato” per la questione, tanto che ha deciso di uscire allo scoperto ricordando, con una nota, la direttiva emanata dal Mef nel 2023. Nella quale si dice che «nelle società partecipate devono essere esclusi o, in ogni caso, rigorosamente delimitati i casi e l’entità delle indennità e degli emolumenti comunque denominati da corrispondere a fine mandato, in modo da generare una prassi diretta ad escludere che detti emolumenti siano corrisposti a chi esaurisce per naturale scadenza o per dimissioni volontarie il man…
Scoppia il caso Di Foggia sulla sua buonuscita. Il fatto che, come anticipato da Repubblica sabato scorso, l’ad di Terna Giuseppina Di Foggia, designata alla presidenza dell’Eni, non voglia dimettersi se non dietro la corresponsione di 7,3 milioni di indennità di fine mandato (la cosiddetta severance), ha sollevato una valanga di critiche sui social nelle scorse ore. E anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è stato definito dai suoi più stretti collaboratori “indignato” per la questione, tanto che ha deciso di uscire allo scoperto ricordando, con una nota, la direttiva emanata dal Mef nel 2023. Nella quale si dice che «nelle società partecipate devono essere esclusi o, in ogni caso, rigorosamente delimitati i casi e l’entità delle indennità e degli emolumenti comunque denominati da corrispondere a fine mandato, in modo da generare una prassi diretta ad escludere che detti emolumenti siano corrisposti a chi esaurisce per naturale scadenza o per dimissioni volontarie il mandato da amministratore».
Questa direttiva è stata letta nell’assemblea di Terna del 2023 ma evidentemente non è stata recepita nel contratto siglato per l’assunzione di Di Foggia che, dicono in azienda, era in linea con quelli dei suoi predecessori. E la Cdp, controllata dal Mef e azionista di Terna attraverso Cdp Reti, ha approvato nelle assemblee 2023, 2024, 2025 senza mai impugnare.
Inoltre, secondo alcune indiscrezioni, anche la premier Giorgia Meloni nelle ultime ore sarebbe intervenuta su Di Foggia sollecitando una decisione rapida tra la poltrona all’Eni o la richiesta di indennità.
L’impasse dovrà per forza sciogliersi nei prossimi giorni in quanto l’assemblea dell’Eni è prevista per il 6 maggio mentre quella di Terna si terrà il 14 maggio. E dunque entro il 5 maggio Di Foggia dovrà dimettersi da Terna oppure, se non lo farà, rischierà la revoca automatica in base all’art. 15.5 dello statuto che impedisce a un consigliere di Terna di essere amministratore in altre società energetiche. Il caso Di Foggia rischia di essere un boomerang per il governo. In un momento in cui gli italiani vedono il prezzo della benzina, del gas e dei beni alimentari aumentare per effetto della congiuntura internazionale, e il governo stesso è impegnato a trovare risorse finanziarie extra per cercare di alleviare la bolletta energetica, il caso Di Foggia, nominata prima a Terna e poi all’Eni su indicazione delle sorelle Meloni, rischia di sollevare sospetti di un trattamento di favore che esula dal merito manageriale.