La nomina di Giuseppina Di Foggia in procinto di passare alla presidenza di Eni arriva in Parlamento. La questione non riguarda la nomina in sé ma la sua buonuscita da Terna, di cui è amministratrice delegata, che ruota attorno ai sette milioni e trecento mila euro.
Il senatore Antonio Misiani, responsabile economico del Pd, annuncia infatti un'interrogazione al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e al ministro delle Imprese e del Made in Italy Urso. Secondo l’esponente dem "i fatti sono di una gravità che non può essere ignorata”. E considera “la pretesa” di Di Foggia “in diretto contrasto sia con la policy di Cassa depositi e prestiti, che esclude la buonuscita in caso di transito tra società controllate dallo stesso azionista pubblico, sia con lo statuto di Terna, che non prevede severance in caso di dimissioni volontarie”.
“La vicenda - sostiene Misiani - è la spia di una gestione complessivamente improvvisata e opaca delle nomine pubbliche da parte del governo Meloni, che ha già prodotto criticità in Eni, Leonardo, Poste Italiane e Mediobanca. Il risultato, in questo caso, è uno stallo istituzionale che vede Palazzo Chigi, il Mef e Cdp in aperto contrasto, con un danno rilevante alla governance di due società di importanza sistemica per l'economia e la sicurezza energetica del Paese". Per questo Misiani chiede ai ministri “di chiarire se siano a conoscenza della trattativa in corso e se ritengano la pretesa compatibile con le norme applicabili, quali iniziative intendano assumere per impedire l'erogazione di somme prive di idonea base giuridica, e se non sia giunto il momento di una revisione organica della disciplina dei trattamenti di fine mandato dei vertici delle partecipate pubbliche, per garantire criteri omogenei, trasparenti e proporzionati".
Il contratto della manager Di Foggia con Terna, a quanto dicono i suoi legali, prevede nel caso di uscita con l’assemblea del 12 maggio, un’indennità di fine mandato che potrebbe arrivare a 7,3 milioni. Un contratto che non teneva conto della direttiva del Mef del 2023 che sconsigliava l’erogazione di buonuscite milionarie nel caso di scadenza naturale del mandato o di dimissioni, ma che nei tre anni di reggenza di Di Foggia a Terna nessuno ha mai contestato.
Ora con la designazione di Di Foggia a presidente Eni, prevista con l’assemblea del prossimo 6 maggio, è scoppiato il caso. La manager per assumere la nuova carica deve, secondo statuto, dimettersi da Terna. Con le dimissioni Di Foggia perderebbe i 7,3 milioni di “severance” e andrebbe a prendere uno stipendio annuale di circa 500 mila euro. Il mancato indennizzo risponderebbe anche alla regole del cosiddetto “pantouflage”, che non prevede buonuscita nel caso si passi da un incarico a un altro sotto lo stesso azionista. Terna è controllata da Cdp reti, Eni è controllata da Cdp e Mef, formalmente non è lo stesso azionista ma è lo stesso gruppo, il controllore ultimo è il Mef.
Alla luce di ciò Angelo Bonelli, co-leader di Avs, afferma che “l’unica risposta seria che il governo può dare è accompagnare alla porta questa dirigente o presunta tale e non darle la presidenza dell’Eni. Come si può dare la presidenza dell’Eni a chi di fatto ha costruito un’operazione di contrattazione per avere 7 milioni e 300 mila euro? Il punto è che questa persona l’hanno messa loro anche a Terna. Ci sono queste porte girevoli nei cda delle società che contano su cui il governo deve dare spiegazioni agli italiani”.
Il M5S, fa sapere Alfonso Colucci, capogruppo in commissione Affari costituzionali della Camera, presenterà un’interrogazione parlamentare “per capire come si sia potuti arrivare a questo clamoroso incidente. Vogliamo capire se Palazzo Chigi e il ministero dell'Economia fossero a conoscenza di determinate clausole contrattuali, se abbiano svolto valutazioni preventive in ordine agli eventuali oneri economici derivanti da esse, se ritengano le suddette pretese economiche coerenti con il passaggio di Di Foggia da una partecipata pubblica all'altra, se ritengano opportuno confermare la designazione della Di Foggia all'Eni – precisa Colucci –La nota di reazione di via XX Settembre alle pretese della manager, infatti, fanno emergere plasticamente il venire meno di un rapporto di fiducia che dovrebbe portare come minimo all'abbandono di quella designazione. Il M5S, dal canto suo, ha da tempo depositato una proposta in Parlamento che incentiva fiscalmente tutte quelle società che accettano di prevedere un rapporto massimo di 1 a 25 tra gli emolumenti dei top manager e quelli medi di lavoratori dell'azienda. Una proposta per mettere a freno a uno dei tanti canali attraverso i quali si è approfondita la sperequazione delle condizioni economiche nel nostro Paese”.