«Era ora». Per Guido Crainz, professore di storia contemporanea, la nota in cui la premier Giorgia Meloni parla, per la prima volta, di «oppressione fascista» in occasione del 25 aprile è il «minimo sindacale per una presidente del Consiglio».
Nel 2023 la leader definiva l’occorrenza «festa della libertà». Come legge questo progressivo cambiamento?
«Spero sia sincero, di certo va incoraggiato. Ma mi faccia dire: arriva tardi. In troppe occasioni ha invece mostrato riserve e reticenze. Per non parlare di quando ha irriso apertamente il manifesto di Ventotene, una macchia nel suo percorso a Palazzo Chigi».
Perché ci sono voluti quattro anni prima di arrivare a parole più nette?
«Con ogni evidenza la sua storia è un’altra. La premier ha raccontato di essersi iscritta al Movimento sociale nel 1992, a molti anni dal fascismo, ma ancora in quell’anno in una manifestazione del Msi a Roma “contro la corruzione” gli slogan che inneggiavano a Mussolini si sprecavano. Questa è l’aria che ha res…
«Era ora». Per Guido Crainz, professore di storia contemporanea, la nota in cui la premier Giorgia Meloni parla, per la prima volta, di «oppressione fascista» in occasione del 25 aprile è il «minimo sindacale per una presidente del Consiglio».
Nel 2023 la leader definiva l’occorrenza «festa della libertà». Come legge questo progressivo cambiamento?
«Spero sia sincero, di certo va incoraggiato. Ma mi faccia dire: arriva tardi. In troppe occasioni ha invece mostrato riserve e reticenze. Per non parlare di quando ha irriso apertamente il manifesto di Ventotene, una macchia nel suo percorso a Palazzo Chigi».
Perché ci sono voluti quattro anni prima di arrivare a parole più nette?
«Con ogni evidenza la sua storia è un’altra. La premier ha raccontato di essersi iscritta al Movimento sociale nel 1992, a molti anni dal fascismo, ma ancora in quell’anno in una manifestazione del Msi a Roma “contro la corruzione” gli slogan che inneggiavano a Mussolini si sprecavano. Questa è l’aria che ha respirato allora».
E che ora si è lasciata alle spalle?
«Almeno con quest’ultimo comunicato ha dimostrato di aver avuto il senso del proprio ruolo e delle proprie responsabilità. Sfortunatamente non si può dire lo stesso di Ignazio La Russa, la seconda carica dello Stato.
Non è accettabile che il presidente del Senato si senta di “rendere omaggio” ai partigiani e ai caduti di Salò?
«I sostenitori della Repubblica sociale italiana hanno lottato fino all’ultimo perché vincessero nazismo e fascismo. Si rende omaggio a chi ha combattuto ed è morto per conquistare la libertà anche per noi, non a quelli che volevano togliercela».
Da destra le direbbero: meritano anche loro la pietas che si deve ai morti.
«Cosa ben diversa dalla volontà di “rendere omaggio” di La Russa. Dovrebbero avergli spiegato il valore del suo incarico. Una volta ha detto che “se cercavano qualcuno che dirigesse il traffico, avrebbero fatto meglio a scegliere un altro”. Ma “dirigere il traffico”, cioè avere una posizione di terzietà, è esattamente quello che la seconda carica dello Stato deve fare».
Pur con qualche progresso, né la premier né i suoi parlamentari riescono invece a usare in positivo il termine “antifascismo”. Perché?
«A destra c’è la tendenza a stabilire un’identificazione – infondata tra l’antifascismo e le violenze degli anni ’70, rimuovendo invece i capitoli sullo stragismo e le colpe dei neofascisti. Una deformazione inaccettabile». —