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Biennale, Giuli alla carica dell’ex collega Buttafuoco: “Non gli regaleremo il martirio”

Alessandro Giuli

 

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Il ministro fa sapere che il governo non commissarierà l’istituzione veneziana: “Gli faremmo un favore”
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ROMA – «Pietrangelo cerca il martirio», è il titolo della giornata che Alessandro Giuli consegna ai suoi collaboratori. È uno sfogo privato, ma nella battaglia sulla Biennale c’è dentro un mondo: la destra che si sfrangia nell’impatto accecante con il potere, il realismo e la nostalgia, la Russia, i rancori, Israele che erode il consenso, l’Ucraina come unico baluardo, l’arte, le gelosie. «Ma è proprio per questo che il governo non gli darà la soddisfazione di cacciarlo – prosegue nel ragionamento - Non lo renderemo un martire, figurarsi se gli facciamo un regalo del genere».

Che giornata, per il ministro della Cultura. In consiglio dei ministri duella con Matteo Salvini. E proprio mentre la lite diventa aspra e la voce dei contendenti scuote la sala, costringendo Giorgia Meloni a intervenire, il titolare della Cultura apprende delle dimissioni della giuria della Biennale. Succede nel giorno in cui gli ispettori del ministero si apprestano a concludere la visita alla fondazione. «Ma s…

ROMA – «Pietrangelo cerca il martirio», è il titolo della giornata che Alessandro Giuli consegna ai suoi collaboratori. È uno sfogo privato, ma nella battaglia sulla Biennale c’è dentro un mondo: la destra che si sfrangia nell’impatto accecante con il potere, il realismo e la nostalgia, la Russia, i rancori, Israele che erode il consenso, l’Ucraina come unico baluardo, l’arte, le gelosie. «Ma è proprio per questo che il governo non gli darà la soddisfazione di cacciarlo – prosegue nel ragionamento - Non lo renderemo un martire, figurarsi se gli facciamo un regalo del genere».

Che giornata, per il ministro della Cultura. In consiglio dei ministri duella con Matteo Salvini. E proprio mentre la lite diventa aspra e la voce dei contendenti scuote la sala, costringendo Giorgia Meloni a intervenire, il titolare della Cultura apprende delle dimissioni della giuria della Biennale. Succede nel giorno in cui gli ispettori del ministero si apprestano a concludere la visita alla fondazione. «Ma sono stati inviati per una questione specifica, non hanno chiesto il passo indietro dei giurati». E allora Giuli torna nella sede del Collegio romano e attende informazioni proprio dai suoi tecnici volati a Venezia. Vuole leggere le carte e trasmetterle a Palazzo Chigi. Sarà la presidenza del Consiglio a indicargli la strada: commissariamento, oppure no.

Ecco, Giuli pensa che non sarà il governo a commissariare la Biennale. Non per una storia che valuta frutto di una serie di errori che attribuisce esclusivamente a Buttafuoco. «È un pasticcio che gli è esploso addosso», sostiene sempre con gli stessi interlocutori. Sarebbe stato lo scrittore e giornalista siciliano, questa la tesi, a condurre per mano i giurati verso il burrone. Il titolare della Cultura premette di non conoscere cosa sia realmente accaduto in quelle stanze veneziane nelle ultime ore, in che modo la giuria abbia deciso di ritirarsi, ma ritiene probabile che si sia consumato uno strappo tra loro e il presidente della Biennale. Perché, continua a ripetere a chi riesce a contattarlo, li avrebbe portati a sbattere, «mettendoli in una condizione impossibile». Così scomoda da indurli a rivoltarsi contro di lui.

C’è un passaggio, in particolare, che non va giù all’ex condirettore del Foglio, oggi al governo: la scelta di Buttafuoco di scaricare il nodo del ricorso dell’artista israeliano su Palazzo Chigi e sul ministero della Cultura. E invece, sostiene con i suoi, si tratta di una questione che spetta soltanto alla fondazione gestire, «non è che ci si ricorda di essere giustamente autonomi quando si decide sulla Russia e poi si chiede al governo una soluzione se insorge un problema con Israele».

In ogni caso, esistono le regole. Da qui parte ogni riflessione di Giuli, così come la scelta di parlare l’altro ieri al telefono con lo scultore israeliano e di indicargli la strada, sempre la stessa, per rispondere alle decisioni della Biennale: se ritiene di essere stato discriminato in quanto ebreo, e non solo escluso per la sua arte, il bersaglio della sua denuncia non può che essere la presidenza della mostra, non certo l’esecutivo. Dal canto suo, intanto, Giuli pensa di aver agito per il meglio. Di più, ripete agli amici, è certo di essersi mosso, rispetto alla riapertura del padiglione russo, per evitare all’Italia «una procedura d’infrazione con l’Europa, attraverso interlocuzioni costanti con Bruxelles».

Fa un po’ strano immaginare i visitatori intenti a decretare i vincitori della mostra, assegnare i premi «per decisione del popolo...», ma è la strada che non dispiace a Buttafuoco, non ora che ogni ponte con Palazzo Chigi sembra essere crollato. La decisione finale sul futuro dell’esposizione - e dunque sulle prospettive del Presidente della Biennale - spetta comunque a Meloni. Di certo, con il titolare della Cultura il rapporto è logorato, sfibrato. Non si sentono da parecchi giorni. Difficile che possano ricucire nelle prossime ore.

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