ROMA – Domani il ministro della Cultura Alessandro Giuli girerà alla presidenza del Consiglio il verbale dell’ispezione inviata alla Biennale mercoledì scorso: «Per me il capitolo Venezia è chiuso, ora è tutto in mano a palazzo Chigi». A terra rimangono i rottami di un’amicizia e la fotografia di un disastro politico: «Pietrangelo è un fratello sbagliato, ma un fratello sbagliato rimane un fratello». Quando si parla della riapertura del padiglione russo, il giudizio su Buttafuoco non è più di miele: «È stato vittima di una fantasia pacificatoria, voleva l’Onu dell’arte, ha finito per illudersi di poter fare politica estera. Ma questa spetta al governo e al Parlamento».
Le opposizioni vi accusano di aver creato un “caos indegno”.
«Come dicono i siciliani, u cane non è u mio».
Istruttorie, ispettori, scontri pubblici. Non ha contribuito a questo subbuglio?
«Il danno d’immagine l’ha causato la Biennale a se stessa. Come ha detto la premier, Pietrangelo è capacissimo, sì, capacissimo di …
ROMA – Domani il ministro della Cultura Alessandro Giuli girerà alla presidenza del Consiglio il verbale dell’ispezione inviata alla Biennale mercoledì scorso: «Per me il capitolo Venezia è chiuso, ora è tutto in mano a palazzo Chigi». A terra rimangono i rottami di un’amicizia e la fotografia di un disastro politico: «Pietrangelo è un fratello sbagliato, ma un fratello sbagliato rimane un fratello». Quando si parla della riapertura del padiglione russo, il giudizio su Buttafuoco non è più di miele: «È stato vittima di una fantasia pacificatoria, voleva l’Onu dell’arte, ha finito per illudersi di poter fare politica estera. Ma questa spetta al governo e al Parlamento».
Le opposizioni vi accusano di aver creato un “caos indegno”.
«Come dicono i siciliani, u cane non è u mio».
Istruttorie, ispettori, scontri pubblici. Non ha contribuito a questo subbuglio?
«Il danno d’immagine l’ha causato la Biennale a se stessa. Come ha detto la premier, Pietrangelo è capacissimo, sì, capacissimo di tutto».
Non dovrebbe prendersi qualche responsabilità?
«Il ministero ha fatto quello che andava fatto: accertare che tutto fosse regolare. In pubblico sono intervenuto solo per precisare che sul padiglione russo il governo è stato informato a cose fatte».
A che è servita l’istruttoria avviata due mesi fa?
«Le carte servivano al ministero degli Esteri. La Commissione Ue chiedeva chiarimenti».
E cos’è emerso? La Farnesina alla fine ha risposto all’Ue: non rileva alcuna violazione.
«Non spetta al Mic trarre le conclusioni».
C’è l’ipotesi di commissariamento?
«Non è mai stata in campo. Non c’è ragione di destabilizzare la situazione. Buttafuoco non è un martire della jihad, è il mio caro Ciccio Tumeo».
Un personaggio del Gattopardo. Cosa c’entra ora?
«Pietrangelo è l’inconsolabile espressione di un ancien régime isolazionista e borbonico, che non riconosce l’unità d’Italia».
La Biennale della tregua è il contrario dell’isolazionismo, no?
«Piccolo problema: la fondazione lagunare non è uno stato sovrano, Buttafuoco dev’essersi confuso. A forza di rivendicare autonomia, si è persino auto-commissariato».
Che vuol dire?
«Prendo atto del cambio di paradigma: si passa dal giudizio di una giuria di esperti al voto dei visitatori».
Perché ha mandato gli ispettori?
«Dopo la diffida dell’artista israeliano, la fondazione si è rivolta al Mic e a palazzo Chigi in cerca d’aiuto. Siamo andati lì con gli estintori, non con il lanciafiamme. Per esaminare il loro pasticcio».
Il passo indietro delle giurate l’ha chiesto la Biennale?
«Certo non siamo stati noi. Ma il regolamento è chiaro: non avevano il potere di escludere alcun Paese».
Buttafuoco l’ha avuta vinta su tutto: avrà il padiglione russo e salta pure l’inaugurazione disertata da governo e commissione Ue.
«Rifiuto lo schema vincitori/vinti. Se però migliaia di visitatori ceceni mandati da Ramzan Kadyrov voteranno il padiglione russo, sapremo chi ha vinto: Vladimir Putin. Ma il mio più grande rammarico è un altro».
Quale?
«Se Pietrangelo ci avesse coinvolto nelle interlocuzioni che portava avanti con i russi da anni, forse avremmo potuto chiedere una contropartita. Sarebbe stato un trionfo riaprire il padiglione russo in cambio di un cessate il fuoco con la liberazione di cento bambini ucraini».
Da quanto tempo non sente il suo amico Buttafuoco?
«E chi se lo ricorda più? È un dispiacere. Ma alla fine sono convinto che ci si ritroverà. Magari andrò alla Biennale prima della fine della rassegna».
Il duello sulle soprintendenze con Matteo Salvini: a chi si riferiva il “basta spocchia” di Meloni?
«La spocchia nelle discussioni è sempre distribuita equamente. Nel Piano Casa c’era una distrazione del Mit, l’abbiamo corretto grazie alla mediazione della premier».
Salvini è anche uno dei pochi che ha sentito Beatrice Venezi. Lei?
«No, ma è sempre stata difesa anche da Fratelli d’Italia».
Scaricarla non è la prova che sia stato un errore sceglierla? Gli orchestrali chiedono le dimissioni del sovrintendente Colabianchi.
«La fine della collaborazione era legata a vicende circostanziate, non alle proteste dell’orchestra».
Licenziamenti, scandali legati ai fondi per il cinema. È questa l’egemonia che volevate?
«Il dibattito sulle idee intanto è monopolizzato dalla destra. Ci criticano perché non facciamo parte del circoletto gauchista che ha prodotto lo scandalo di Francis Kauffman».
Voi avete negato il contributo al doc su Giulio Regeni. Ammette sia stato frutto di pressioni politiche?
«No, e la commissione selettiva che ha sbagliato è evaporata».
Non avvengono troppe cose a sua insaputa?
«Così dev’essere per le commissioni. Se ci fosse il mio benestare, sarebbe un illecito. Comunque riscriveremo le regole del gioco».