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Meloni prepara il bilaterale con Rubio ma cerca sponde in Europa

(ansa)

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La presidente del Consiglio in Armenia. Al summit della comunità si cercano risposte unitarie alle minacce americane
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EREVAN – C’è un’aria da rattoppo, di quelli fatti in fretta con ago grosso, nella diplomazia di Giorgia Meloni, che mentre si aggira per i corridoi ovattati di Erevan, capitale dell’Armenia - qui il vecchio continente prova a mostrare compattezza di fronte alle bizze Usa — lavora sottotraccia a un bilaterale con Marco Rubio.

L’obiettivo, neanche troppo velato, è rammendare gli strappi sempre più vistosi con Donald Trump, il quale da oltreoceano continua a maneggiare dazi e soldati come fossero coriandoli, salvo poi lamentarsi del disordine. Il segretario di Stato americano arriverà giovedì nello Stivale, l’obiettivo principale è vedere il Papa. Ma qualche giorno fa la diplomazia di Washington ha spedito a Roma una nota verbale: Rubio vorrebbe incontrare, oltre ad Antonio Tajani e Guido Crosetto, anche la presidente del consiglio. Staff mobilitati, s’incrociano le agende, caccia alla finestra giusta per il tête-à-tête. Risolutivo? Si vedrà. Difficile che basti una stretta di mano e un …

EREVAN – C’è un’aria da rattoppo, di quelli fatti in fretta con ago grosso, nella diplomazia di Giorgia Meloni, che mentre si aggira per i corridoi ovattati di Erevan, capitale dell’Armenia - qui il vecchio continente prova a mostrare compattezza di fronte alle bizze Usa — lavora sottotraccia a un bilaterale con Marco Rubio.

L’obiettivo, neanche troppo velato, è rammendare gli strappi sempre più vistosi con Donald Trump, il quale da oltreoceano continua a maneggiare dazi e soldati come fossero coriandoli, salvo poi lamentarsi del disordine. Il segretario di Stato americano arriverà giovedì nello Stivale, l’obiettivo principale è vedere il Papa. Ma qualche giorno fa la diplomazia di Washington ha spedito a Roma una nota verbale: Rubio vorrebbe incontrare, oltre ad Antonio Tajani e Guido Crosetto, anche la presidente del consiglio. Staff mobilitati, s’incrociano le agende, caccia alla finestra giusta per il tête-à-tête. Risolutivo? Si vedrà. Difficile che basti una stretta di mano e un sorriso a favore di flash, visto che l’inquilino della Casa Bianca ha scodellato a più riprese il suo livore per l’ex amica «Giorgia», tacciata di voltafaccia, per non averlo aiutato in Iran. Non è solo l’incrinatura di un rapporto personale, il tycoon ha condito il suo rancore di ripercussioni pratiche, anche per l’Italia: «probabile», ha detto, il ritiro almeno parziale delle truppe Usa dal Belpaese.

Ufficialmente, fino a ieri notte, era fissato solo il vertice tra ministri degli Esteri, pranzo venerdì tra gli stucchi di villa Madama, allargato alla Difesa. Ma lo staff della premier «non esclude» l’appuntamento a palazzo Chigi. Tajani lavorava al summit da un paio di settimane, aveva sentito Rubio all’indomani del primo, sguaiato attacco di Trump alla premier, per avere difeso il Papa. Nel frattempo altri dossier si sono affastellati, vedi i dazi che Trump ha minacciato contro le auto europee. Non a caso, il capo della Farnesina sentirà il commissario Ue al Commercio, Maroš Šefčovič, appena prima di accomodarsi con il segretario di Stato. Per capire quanto Bruxelles intenda rispondere duramente alla minaccia commerciale e che spiragli di trattativa ci siano.

Di dazi e di disimpegno militare Usa, si è parlato già ieri sera qui sulle rive del fiume Hrazdan, nella cena di gala del vertice della comunità politica europea. E se ne discuterà più diffusamente oggi, in questo formato che tiene dentro anche paesi extra Ue, oltre al segretario generale della Nato, Mark Rutte. Novità: ci sarà pure il primo ministro canadese, Mark Carney, un altro che con Trump si è scornato a più riprese. Invito non casuale. Il vertice è dedicato alla «unità e stabilità in Europa». I big del continente, da Macron a von der Leyen, provano a trovare una ricetta comune, anche se non è certo che si troverà una sintesi, tra falchi e colombe. Il primo ministro polacco, Donald Tusk, ieri s’iscriveva al secondo gruppo (che annovera pure l’Italia): «L’amicizia tra Europa e Stati Uniti è una nostra responsabilità comune, non c’è alternativa». Qui in Armenia Meloni vedrà Volodymyr Zelensky, che incontrerà a tu per tu lo slovacco (filo-russo) Robert Fico, prove di disgelo. Non ci sarà invece il turco Erdoğan, che ha spedito il vice. A margine della Cpe, Meloni incontrerà il presidente della Confederazione svizzera, Guy Parmelin, per chiedere di non vessare le vittime della strage di Crans-Montana con le parcelle degli ospedali elvetici. Poi, la premier volerà a Baku, in Azerbaigian, secondo fornitore italiano di petrolio e gas. A caccia di energia, prima del rammendo americano.

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