Meloni, stoccata a Washington: “Non condivido il disimpegno”. Domani il vertice con gli alleati
dal nostro inviato Lorenzo De CiccoLa premier Giorgia Meloni in Armenia con Kaja Kallas
(agf)EREVAN – Tutti convocati, domani a Palazzo Chigi. Di rientro notturno dalla doppia trasferta nel Caucaso, Giorgia Meloni chiama i vice, Matteo Salvini e Antonio Tajani, e apparecchia un vertice a tutto tondo, dalla politica estera fino alle nomine di Consob e Antitrust (se tutto fila liscio, il Cdm sarà giovedì). Ma l’urgenza è lo scompiglio americano: venerdì la premier incontrerà Marco Rubio, primo faccia a faccia dopo lo strappo del tycoon d’oltreoceano. Fuori dal palazzetto dello sport di Erevan, capitale dell’Armenia, dove si è riunita la comunità politica europea, Meloni per la prima volta sposa toni politicamente così ruvidi nei confronti dell’inquilino della Casa bianca. Sul Papa era una difesa obbligata. Questo è il primo, vero botta e risposta. Meloni ce l’ha con le accuse di The Donald sulla guerra in Iran. L’Italia, è la teoria del leader Maga, ha latitato. Parole «non corrette», per Meloni. Il Paese «ha sempre mantenuto i suoi impegni, anche quando non erano in gioco i su…
EREVAN – Tutti convocati, domani a Palazzo Chigi. Di rientro notturno dalla doppia trasferta nel Caucaso, Giorgia Meloni chiama i vice, Matteo Salvini e Antonio Tajani, e apparecchia un vertice a tutto tondo, dalla politica estera fino alle nomine di Consob e Antitrust (se tutto fila liscio, il Cdm sarà giovedì). Ma l’urgenza è lo scompiglio americano: venerdì la premier incontrerà Marco Rubio, primo faccia a faccia dopo lo strappo del tycoon d’oltreoceano. Fuori dal palazzetto dello sport di Erevan, capitale dell’Armenia, dove si è riunita la comunità politica europea, Meloni per la prima volta sposa toni politicamente così ruvidi nei confronti dell’inquilino della Casa bianca. Sul Papa era una difesa obbligata. Questo è il primo, vero botta e risposta. Meloni ce l’ha con le accuse di The Donald sulla guerra in Iran. L’Italia, è la teoria del leader Maga, ha latitato. Parole «non corrette», per Meloni. Il Paese «ha sempre mantenuto i suoi impegni, anche quando non erano in gioco i suoi interessi diretti», rimarca, ricordando con zelo notarile le missioni in Afghanistan e Iraq.
Evaporata la presunta «special relationship» con gli Stati Uniti, la premier riconosce di non avere la più pallida idea delle mosse di Trump in Europa. Se dopo la Germania toccherà anche all’Italia vedere sfoltire il contingente Usa. «Non so dire cosa accadrà — l’ammissione — da tempo gli Stati Uniti discutono di un loro disimpegno dall’Europa, che è la ragione per la quale penso che dobbiamo rafforzare la nostra sicurezza». La mossa, aggiunge, «è una scelta che non dipende da me e che non condividerei». Altra frecciata a Washington: «A livello di patto atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo». Come dire: la Nato non è mai stata coinvolta. Né avvisata.
È in questo clima che la premier conferma l’incontro con Rubio di venerdì mattina. Un paio di giorni di attesa tra la richiesta del segretario di Stato e la conferma di Palazzo Chigi. Meloni non ha fretta di mostrarsi di nuovo accanto a un big del governo americano. Del resto i sondaggi sono chiari: il gradimento di Trump in Italia è ai minimi.
Caduto il ponte atlantico, resta l’Europa, che però non è esattamente un salotto ma più un condominio: rivalità e disaccordi. Da Erevan, Meloni chiede al continente di «alzare il tiro» per fronteggiare le crisi in batteria che la mettono a soqquadro. Per la premier, «con la pandemia e la guerra in Ucraina, l’Ue ha mostrato di saper rispondere alle emergenze ma ora è il momento di passare dal sapervi reagire al saperle prevedere». Anche perché, aggiunge, «quando i cittadini percepiscono che le grandi sfide non sono governate, perdono fiducia nelle istituzioni». E dunque in chi governa.
Non manca una stoccata alla Cpe, format orchestrato da Emmanuel Macron (l’altra distanza con Parigi è sulla reazione ai nuovi dazi Usa, Meloni continua a frenare sul bazooka): fori bilaterali come la comunità politica europea non dovrebbero «concentrarsi solo sui Paesi che la pensano allo stesso modo ma anche sul Mediterraneo allargato». A tutto tondo, Africa inclusa. Perché l’altro cruccio della premier restano i migranti. Si rischiano «flussi incontrollati» e «bisogna evitare una crisi come nel 2015».
Sull’immigrazione, Meloni gioca di sponda con il primo ministro britannico (laburista) Keir Starmer. I due da Erevan rilanciano una dichiarazione, firmata da 31 paesi, per il contrasto ai trafficanti. Con Macron presiede invece una sessione sulla lotta alla droga, annunciando che Roma ospiterà un paio di conferenze. Nel mezzo, un bilaterale con l’ospite d’onore, Mark Carney, primo ministro del Canada, ormai potenza energetica, e il vertice collettivo con Zelensky, che strappa anche il sì dell’Italia alla coalizione dei droni.
Dall’Armenia è tutto. Poi Meloni s’imbarca per Baku, vertice con il presidente azero Ilham Aliyev. L’Azerbaigian è il secondo fornitore italiano di gas e petrolio. Aliyev s’impegna ad aumentare i flussi, anche se il Tap, premette, va ampliato. Se ne discuterà in un business forum a fine anno. Meloni ringrazia, prima di rimontare sull’aereo di Stato. Direzione Roma.