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La curatrice ucraina alla Biennale: “Cremlino terrorista, sfrutta la cultura”

La curatrice ucraina Ksenia Malykh 

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"Parlare di dialogo e di inclusività è difficile, visto che il nostro patrimonio culturale è distrutto ogni giorno a causa dell’invasione”
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VENEZIA – Gli artisti russi? «Strumentalizzano la cultura». La curatrice Ksenia Malykh è seduta davanti al suo padiglione, quello dell’Ucraina. È all’Arsenale di Venezia, ben lontano da quello russo. Ma, ai Giardini, c’è The Origami Deer, il cervo gigante della scultrice Zhanna Kadyrova, diventato il simbolo della resistenza del Paese.

Ksenia, che cosa pensa della partecipazione russa a questa Biennale?

«La Biennale cerca di essere neutrale. Ma la realtà è più complicata. Altro che soft power. Parlare di dialogo e di inclusività è difficile, visto che la nostra cultura è distrutta ogni giorno a causa dell’invasione. E parlo della distruzione sistematica del patrimonio storico, ma anche degli artisti contemporanei o degli studenti che sono costre…

VENEZIA – Gli artisti russi? «Strumentalizzano la cultura». La curatrice Ksenia Malykh è seduta davanti al suo padiglione, quello dell’Ucraina. È all’Arsenale di Venezia, ben lontano da quello russo. Ma, ai Giardini, c’è The Origami Deer, il cervo gigante della scultrice Zhanna Kadyrova, diventato il simbolo della resistenza del Paese.

Ksenia, che cosa pensa della partecipazione russa a questa Biennale?

«La Biennale cerca di essere neutrale. Ma la realtà è più complicata. Altro che soft power. Parlare di dialogo e di inclusività è difficile, visto che la nostra cultura è distrutta ogni giorno a causa dell’invasione. E parlo della distruzione sistematica del patrimonio storico, ma anche degli artisti contemporanei o degli studenti che sono costretti a fuggire continuamente».

Non pensa che la Biennale sia una sorta di Onu dell’arte? Che possa essere un posto di dialogo e di riconciliazione?

«Il pacifismo è un privilegio che può esercitare chi vive comodamente lontano da un fronte di guerra. Tanti degli artisti russi presenti ora a Venezia supportano la guerra. E il dialogo non si può tessere con i terroristi».

Che cosa è successo quando avete saputo che la Russia sarebbe tornata alla Biennale?

«A marzo il nostro ministro degli Esteri Andrij Sybuha ha inviato un messaggio, chiedendo che la Russia non partecipasse alla Biennale di Venezia. Poi 22 ministri europei hanno aderito alla richiesta. Non abbiamo ottenuto nulla, ma in tanti ci hanno dimostrato grande solidarietà. Tanti esponenti del mondo dell’arte l’hanno fatto. Non ci siamo sentiti soli».

Le Pussy Riot e le Femen ieri hanno messo in scena la protesta davanti al Padiglione russo. Voi avete partecipato? Pensate di fare lo stesso?

«Le proteste sono ottime. Perché non possiamo accetare che la Russia sia presente e riconosciuta in una piattaforma così importante. Ma non abbiamo organizzato nulla. Vogliamo concentrarci solo sul nostro progetto qui a Venezia».

L’origami del cervo gigante è diventato un simbolo dell’Ucraina.

«Si trovava nel parco di Pokrovsk, nella regione di Donestk. L’artista Zhanna Kadyrova l’aveva installato nel 2019 su un vecchio piedistallo. Prima c’era quel che restava di un velivolo sovietico».

Poi il cervo è stato smontato.

«Quando, nel 2024, il fronte russo è avanzato verso la citta, Zhanna si è posta il problema di mettere in salvo l’opera. Così l’abbiamo fatta viaggiare: Varsavia, Praga, Berlino, Vienna, Bruxelles, Parigi e quindi Venezia. Ogni tappa è documentata nel nostro padiglione. Come possiamo condividere questo con chi ci ha distrutti?».

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