Serrata di venti padiglioni per protesta contro Israele alla Biennale. Scontri tra polizia e pro Pal
dal nostro inviato Giampaolo VisettiManifestazione contro la presenza del Padiglione d'Israele e quello della Russia alla Biennale
(lapresse)VENEZIA – «Boicottare il padiglione del genocidio, basta artwashing, stop all’espansionismo coloniale di Israele». Oltre tremila manifestanti pro Palestina, poco dopo le 17, cercano di sfondare i cordoni di polizia e di irrompere dentro l’Arsenale, sede della Biennale dove si trova il padiglione israeliano.
A tre giorni di blitz anti-Russia, seguono due ore di scontri tra gli agenti in assetto antisommossa e gli attivisti indignati per il via libera alla presenza israeliana nell’esposizione veneziana. La folla grida “Palestina libera”, “Stop Israele” e “Netanyahu assassino”. Dal fondo di via Garibaldi si dirige verso il ponte della Tana: obiettivo, raggiungere il padiglione di Israele. Immediata e massiccia la reazione delle forze dell’ordine,…
VENEZIA – «Boicottare il padiglione del genocidio, basta artwashing, stop all’espansionismo coloniale di Israele». Oltre tremila manifestanti pro Palestina, poco dopo le 17, cercano di sfondare i cordoni di polizia e di irrompere dentro l’Arsenale, sede della Biennale dove si trova il padiglione israeliano.
A tre giorni di blitz anti-Russia, seguono due ore di scontri tra gli agenti in assetto antisommossa e gli attivisti indignati per il via libera alla presenza israeliana nell’esposizione veneziana. La folla grida “Palestina libera”, “Stop Israele” e “Netanyahu assassino”. Dal fondo di via Garibaldi si dirige verso il ponte della Tana: obiettivo, raggiungere il padiglione di Israele. Immediata e massiccia la reazione delle forze dell’ordine, dispiegate dal mattino nelle calli e a bordo dei gommoni che pattugliano i canali. Sale la tensione, manifestanti e agenti entrano in contatto. La folla avanza e gli agenti non arretrano. Le prime file dei dimostranti vengono raggiunte da manganellate. Volano calci e pugni: contusi alcuni ragazzi, ferito a una mano un agente, colpito per sbaglio da un collega. Viene portato via con una borsa di ghiaccio su una mano. Il primo bilancio delle forze di sicurezza, fatto sul posto, parla di «alcuni feriti e diversi contusi». Non risultano ricoveri in ospedale. In serata fonti vicine alla questura smentiscono anche i feriti.
«Israele massacra migliaia di palestinesi — grida una ragazza — e la polizia italiana picchia noi, colpevoli di chiedere la fine di un genocidio. Solidarietà anche ai compagni della Flotilla, torturati in mare da Israele perché decisi ad aiutare chi muore». Una decina di minuti di scontri e una carica, l’arrivo di elicotteri che filmano chi è nel corteo, bastano per far calare la tensione. I manifestanti capiscono che entrare dentro l’Arsenale è impossibile, qualcuno tenta invano di dirigersi verso i Giardini, sede principale della Biennale, dove si trova lo storico padiglione israeliano, chiuso per ristrutturazione. Proteste, slogan e qualche fumogeno continuano: poco prima delle 19 corteo e proteste finiscono. «Ora sappiamo che la distruzione della Palestina — dice un gruppo di ragazzi piegando uno striscione — è la distruzione del mondo». È l’epilogo di una giornata ad alta tensione, cominciata con l’inaugurazione del padiglione di Israele e continuata con la serrata-sciopero di solidarietà alla Palestina da parte di una ventina di padiglioni.
Fin dal primo mattino decine gli agenti a blindare lo spazio espositivo israeliano. All’interno l’ambasciatore di Tel Aviv a Roma, Jonathan Peled, e l’artista che ha curato l’installazione, Belu Simion Fainaru. «La Biennale — dice il diplomatico — è uno spazio riservato all’arte, non alla politica. Non capisco le manifestazioni contro Israele, che considero ingiuste e che non aiutano la causa palestinese. Tra l’altro Israele e Russia non sono sullo stesso piano: noi siamo una democrazia, non un regime. I boicottaggi però non servono a nessuno: penso alle provocazioni della Flotilla, che certo non migliorano la situazione a Gaza».
Nel padiglione, molti i rappresentanti della comunità ebraica veneziana, la più antica d’Europa. Raccontano di un clima sempre più ostile, degli episodi di antisemitismo in aumento da mesi, di un ritorno della paura. «La mia famiglia — dice il curatore Fainaru — è stata perseguitata dai nazisti in Romania, in parte sterminata. Siamo fuggiti: oggi vediamo il ritorno di un clima di odio che va superato prima che sia troppo tardi. Anche con l’arte, un campo libero dai conflitti politici». Fuori dal padiglione solo un uomo protesta: ripete “Palestina libera” e lancia quattro pomodori contro una vetrata. «Il popolo ebraico — dice l’ambasciatore, senza riferirsi ad attacchi che non accennano a finire — è per la pace e per l’unità tra i popoli. Se siamo qui è per costruire un ponte in più nella città dei mille ponti. E desidero ringraziare il presidente Buttafuoco, che ci ha difeso e che ha lottato per tutti. L’arte può aiutare la pace».
Prima ancora che Peled finisca di parlare, cominciano però a chiudere i padiglioni solidali con la Palestina. Chi poche ore, chi tutto il giorno, chi ritirando le opere: come il Giappone, che toglie le bambole offerte ai visitatori per essere abbracciate. Tutti parlano di pace: ma la guerra non finisce, nemmeno a Venezia.