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Sul tavolo il fattore Donald. La premier al segretario di Stato Rubio: basta attacchi scomposti

Donald Trump 

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Al vertice il fastidio della presidente del Consiglio per le ultime uscite. Dialogo sul Libano: i nostri mille soldati potrebbero restare
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ROMA – Novanta minuti bastano a discutere, litigare, chiarirsi e dividersi ancora sui dossier. Stavolta però Giorgia Meloni ha in mente soprattutto un problema. Anzi, un nome: Donald J. Trump. Di fronte al segretario di Stato, spiegano fonti concordanti, la premier sceglie di non girare attorno al nodo politico che la divide dall’alleato. E, raccontano le stesse fonti, imposta un ragionamento che si può riassumere così: c’è un problema che ha complicato il nostro rapporto, parliamoci con chiarezza e troviamo un modo per risolverlo. Già preparandosi all’appuntamento, d’altra parte, aveva annunciato ai suoi l’unica strategia possibile: dire le cose come le vedo, come faccio sempre e con tutti.

Con Rubio, allora, la presidente del Consiglio non cela il fastidio per quanto accaduto nelle ultime settimane, ma propone anche soluzioni per trarre reciproco vantaggio da questa relazione. L’importante, sostiene, è costruire un confronto che eviti eccessi o forzature. Per intenderci: non è profi…

ROMA – Novanta minuti bastano a discutere, litigare, chiarirsi e dividersi ancora sui dossier. Stavolta però Giorgia Meloni ha in mente soprattutto un problema. Anzi, un nome: Donald J. Trump. Di fronte al segretario di Stato, spiegano fonti concordanti, la premier sceglie di non girare attorno al nodo politico che la divide dall’alleato. E, raccontano le stesse fonti, imposta un ragionamento che si può riassumere così: c’è un problema che ha complicato il nostro rapporto, parliamoci con chiarezza e troviamo un modo per risolverlo. Già preparandosi all’appuntamento, d’altra parte, aveva annunciato ai suoi l’unica strategia possibile: dire le cose come le vedo, come faccio sempre e con tutti.

Con Rubio, allora, la presidente del Consiglio non cela il fastidio per quanto accaduto nelle ultime settimane, ma propone anche soluzioni per trarre reciproco vantaggio da questa relazione. L’importante, sostiene, è costruire un confronto che eviti eccessi o forzature. Per intenderci: non è proficuo essere “schiacciati” su posizioni iper-trumpiane atrraverso lodi pubbliche che finiscono per isolare l’Italia dagli altri partner, come accaduto durante il primo anno dell’amministrazione del tycoon, ma neanche ovviamente diventare bersaglio di attacchi scomposti sui social.

Sono concetti scivolosi, ma è il momento di metterli in fila. E d’altra parte, neanche Rubio si tira indietro. Per dirlo con la premier, è il momento di essere «franchi». Un aggettivo che mette anche nero su bianco, in modo da rendere chiaro anche pubblicamente che a Palazzo Chigi è andato in scena un chiarimento senza paracadute con l’emissario di altissimo livello arrivato da Washington. «Se ci sono incomprensioni, si parla e si prova a risolvere», questo il senso dei suoi ragionamenti. «L’importante è però confermarsi la volontà di lavorare assieme».

Per Rubio, è possibile suonare questo spartito. Tanto che nei prossimi giorni è addirittura possibile che venga organizzata una telefonata con il presidente degli Stati Uniti. E però altrettanto chiaro che il segretario di Stato non gradisce alcuni “no” e diversi “nì” che Roma deve pronunciare: vale per Hormuz, per le spese militari, per l’atteggiamento da tenere con Israele.

Sono i dossier di politica internazionale più urgenti. In realtà, è soprattutto Antonio Tajani a discuterne con Rubio. Quello che più interessa all’Italia è naturalmente il Libano. Il segretario di Stato lascia intendere che Washington è pronta a valutare un impegno rafforzato di Roma, anche dopo la fine di Unifil: i mille soldati italiani già schierati sotto la bandiera dell’Onu potrebbero restare sul campo. «Si può ragionare di un impegno diverso da quello attuale», concordano. Ad esempio, per addestrare le forze regolari libanesi. L’elenco di Tajani è però lungo e va oltre Beirut: Libia, l’Iran, Cuba e Venezuela. Talmente lungo che l’americano ascolta, poi scherza: «Hai passato in rassegna il mappamondo, adesso ti rispondo su tutto…».

Settimane fa, Palazzo Chigi negò l’utilizzo delle basi Usa in Italia. Il tema viene lambito nell’incontro tra ministri (ma non nel faccia a faccia con Meloni). Rubio spiega che per Trump gli avamposti militari in Europa sono semplici appendici degli Usa e non comprende come si possa negarne l’utilizzo. Ce l’ha soprattutto con Berlino, tanto da aver ordinato il ritiro di 5 mila soldati Usa. Ci sarebbero le Costituzioni e i trattati, ma con il tycoon — si sa — è difficile ragionare di questi dettagli: l’Italia, comunque, non sembra al momento in cima alla lista dei partner da abbandonare e tanto basta.

Un timore, però, resta nell’aria dopo l’incontro a Palazzo Chigi: quello di una nuova escalation in Iran. Perché a interpretare i ragionamenti di Rubio, sembra chiaro un punto: l’amministrazione Usa considera quasi inevitabile affondare in qualche modo un nuovo colpo contro Teheran. Una strada che giudica obbligata per non consentire che lo Stretto resti in mano agli iraniani. Con la consapevolezza — amara — di aver consegnato agli avversari un’arma forse più efficace di quella atomica: il blocco dello Stretto. L’Europa non può reggere la chiusura di Hormuz, fa presente la premier, Rubio conferma, ma aggiunge: «Se non facciamo qualcosa, avranno in mano uno strumento per mettere in ginocchio l’economia mondiale».

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