✕

Giuli sbarca alla Biennale, resta il gelo con Buttafuoco

Ascolta l'audio

Venezia vota nel weekend. Tregua tra presidente della Fondazione e il ministro che dice: “Amico Pietrangelo ma maggiore amica la verità”
2 minuti di lettura

VENEZIA – Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco: Aristotele e Platone. Oltre due mesi di rissa Roma-Venezia sul ritorno di Mosca alla Biennale partoriscono l’auto upgrade filosofico del ministro della Cultura, esteso al presidente della Biennale. «Amico Pietrangelo — ammicca Giuli — ma maggiore amica la verità». Attribuita citazione originale: Amicus Plato sed magis amica veritas. Lo scontro tra chi «ha compiaciuto il Cremlino alle spalle del governo» e chi ripete che «le autorità erano state informate» del tappeto rosso steso per la propaganda di Vladimir Putin, resiste.

Nessuno dei due contendenti, sodali di antica frequentazione, muove un passo per sciogliere l’ambiguità del nodo politico che soffoca governo e centrodestra. Ai sorrisi del ministro, in laguna dopo lo schiaffo dell’inedita assenza all’inaugurazione, corrispondono gelo e silenzio del presidente della Fondazione. Parole dolci all’Arsenale, ma gesti decisi a ribadire la distanza tra istituzioni. Giuli parla di «pace…

VENEZIA – Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco: Aristotele e Platone. Oltre due mesi di rissa Roma-Venezia sul ritorno di Mosca alla Biennale partoriscono l’auto upgrade filosofico del ministro della Cultura, esteso al presidente della Biennale. «Amico Pietrangelo — ammicca Giuli — ma maggiore amica la verità». Attribuita citazione originale: Amicus Plato sed magis amica veritas. Lo scontro tra chi «ha compiaciuto il Cremlino alle spalle del governo» e chi ripete che «le autorità erano state informate» del tappeto rosso steso per la propaganda di Vladimir Putin, resiste.

Nessuno dei due contendenti, sodali di antica frequentazione, muove un passo per sciogliere l’ambiguità del nodo politico che soffoca governo e centrodestra. Ai sorrisi del ministro, in laguna dopo lo schiaffo dell’inedita assenza all’inaugurazione, corrispondono gelo e silenzio del presidente della Fondazione. Parole dolci all’Arsenale, ma gesti decisi a ribadire la distanza tra istituzioni. Giuli parla di «pace ovvia» e della volontà di «chiudere la polemica». Nel pomeriggio, da Trento, esalta perfino l’amico come «uno dei più grandi intellettuali italiani».

Buttafuoco risponde rifiutando lusinghe e passerella a due: si limita alla cortesia dell’accoglienza al molo delle Gru, al dono del catalogo e a un accennato accompagnamento dentro il padiglione Italia. Foto di rito, prima di eclissarsi, lasciando da solo Giuli causa «impegni improrogabili». Esibita la tregua elettorale interna alla destra, Venezia domenica e lunedì vota per il sindaco del dopo-Brugnaro. Ma restano invariate le posizioni: governo contrario alla riapertura del padiglione di Mosca, subito chiuso al pubblico per le pressioni delle cancellerie europee, e Biennale decisa a difendere la propria «autonomia dalla politica».

«Sapevo in partenza — ammette Giuli — che si sarebbe arrivati all’apertura del padiglione: quando c’è un anno di tempo e tu sei una nazione di scacchisti come la Russia, hai già previsto tutte le mosse». Rivelazione che spiega la freddezza di Buttafuoco: per il ministro, il presidente mentiva dicendo che il governo era avvertito del gran ritorno della Russia ai Giardini. Meglio allora fermarsi al livello dell’amicizia a due. «Non c’è mai stata una guerra personale — minimizza Giuli — viva la Biennale e viva chi difende l’Italia e i suoi impegni internazionali. La pace con l’amico Buttafuoco? Ovvio».

A oscurare il cielo sopra San Marco, anche il nuovo attacco di Mosca contro gli oppositori al suo ritorno veneziano, definiti «orchi indemoniati». Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, ringrazia per la «gradita svolta dell’Italia», ma sottolinea «la rabbiosa isteria anti-Russia». Ironica conclusione pro-Buttafuoco: «L’enfasi creata artificiosamente attorno alla nostra partecipazione alla Biennale ha danneggiato proprio le forze anti-russe». Da Ca’ Giustinian, solo una «nota distensiva» di elogio alla «straordinaria qualità» del padiglione del Mic, concepito prima dell’ascesa di Giuli al dopo Sangiuliano. Proposta: trovare «una collocazione definitiva al termine dell’Esposizione» e destinare «ogni anno le opere del padiglione Italia a collezioni museali, istituzioni pubbliche o altri luoghi nel Paese». Non una parola sulle accuse di Giuli, sulla visita del vicepremier Salvini nel padiglione russo, sulle imposte dimissioni della giuria, sulla «lettera di spiegazioni» che la Ue attende entro i primi di giugno. Al ministro, deciso a dare «un segnale di sopraggiunta tranquillità», non resta così che salpare per Palazzo Labia, storica sede Rai veneziana, affrescata da Tiepolo. Un’altra grana: l’edificio è in vendita, lo stop alle proposte d’acquisto incombe assieme allo spettro di un addio, stile Teatro delle Vittorie a Roma. «Il mio sopralluogo — esordisce Giuli — testimonia la vicinanza del ministero per un bene pubblico che va valorizzato e restituito alla cittadinanza». Immediata la frenata: «È prematura qualsiasi altra considerazione: non sono in grado, e non sarebbe corretto, se oggi mi mettessi a parlare di questioni economiche».

Se tra Giuli e Buttafuoco è scoppiata la pace, nessuno se ne è accorto. Non basta il pressing di Gianmarco Mazzi, Vittorio Sgarbi e Giordano Bruno Guerri per spegnere il fuoco che arde dentro i FdI: decisi a liquidare epurazioni interne, ispezioni e sgambetti quali espressione di «colta eccentricità futurista».

Leggi i commenti