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L’attivista della Flotilla: “Molestata e fotografata, ora provo più rabbia che dolore”

L'attivista Martina Comparelli (agf)

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Martina Comparelli è stata catturata durante l’ultima ondata di abbordaggi. “Dopo essere stata minacciata con le armi e sequestrata mi hanno portato sulla nave lager. Lì subito ti tolgono tutto, dai vestiti al passaporto”
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«Sulla nostra nave lager abbiamo organizzato una sorta di infermeria. Dottori e infermieri hanno assistito come potevano chi era stato pestato. Abbiamo registrato 35 sospette fratture, 5 traumi cranici e 12 casi di abusi e molestie sessuali». E dopo in quella lista ci sarebbe finita anche lei. Lividi estesi su gambe e braccia, indignazione ancora viva negli occhi, Martina Comparelli è una delle attiviste della Flotilla rimaste per oltre tre giorni nelle mani dell’Idf , prima di essere rilasciata ed espulsa. «Rispetto ad altri sono stata fortunata», commenta mentre iniziano a circolare dettagli agghiaccianti su quanto subito da almeno una quarantina di persone. Perquisizioni così invasive da diventare violenze, almeno un caso di penetrazione forzata con una pistola, un attivista spogliato e costretto a correre nudo per il divertimento dei soldati, «almeno dieci stupri» dice Thiago Àvila, «Anche io - conferma Comparelli - sono stata molestata».

Se la sente di raccontarcelo?

«Sì ma biso…

«Sulla nostra nave lager abbiamo organizzato una sorta di infermeria. Dottori e infermieri hanno assistito come potevano chi era stato pestato. Abbiamo registrato 35 sospette fratture, 5 traumi cranici e 12 casi di abusi e molestie sessuali». E dopo in quella lista ci sarebbe finita anche lei. Lividi estesi su gambe e braccia, indignazione ancora viva negli occhi, Martina Comparelli è una delle attiviste della Flotilla rimaste per oltre tre giorni nelle mani dell’Idf , prima di essere rilasciata ed espulsa. «Rispetto ad altri sono stata fortunata», commenta mentre iniziano a circolare dettagli agghiaccianti su quanto subito da almeno una quarantina di persone. Perquisizioni così invasive da diventare violenze, almeno un caso di penetrazione forzata con una pistola, un attivista spogliato e costretto a correre nudo per il divertimento dei soldati, «almeno dieci stupri» dice Thiago Àvila, «Anche io - conferma Comparelli - sono stata molestata».

Se la sente di raccontarcelo?

«Sì ma bisogna capire che non si tratta di singoli episodi. Tutta la situazione, dall’abbordaggio a quando vieni trasferita sulla nave prigione, dall’arrivo ad Ashdod al carcere, dove personalmente ho subito la molestia più grave, è di una violenza inutile, estrema e ingiustificata. Sono dei cattivi dei fumetti scritti male»

Cosa intende?

«Dopo essere stati attaccati, minacciati con le armi e sequestrati in acque internazionali, vieni portato su questa nave lager. Ti tolgono tutto: passaporto, medicine, felpa, cerata, le scarpe. Io sono rimasta in leggings e magliettina.Mi hanno tolto anche un cappello di paglia perché sostengono sia un simbolo di Hamas. Poi ti perquisiscono».

Se ne occupa una donna?

«Un uomo. Avevo gli occhiali, gli ho detto che ne avevo bisogno perché non ci vedevo, li ha spezzati in due e li ha buttati via. Quindi sono iniziate le botte: pugni, schiaffi in faccia, mi hanno rotto il labbro, ma sul lato interno. Sono bravi a pestare: non lasciano segni visibili. La cosa peggiore in quel momento è che tu sai che lì dentro c’è qualcuno viene pestato, senti distintamente le urla e i rumori delle botte che tutti ricevono appena arrivati sulla nave, ma non sai cosa stia succedendo».

È sulla nave prigione che ha subito molestie?

«No, la prima situazione degradante è stata al porto di Ashdod. Ci costringevano a stare o a camminare in posizioni di stress, sempre con le mani legate con fascette strettissime, la schiena piegata e la testa bassa. Mi avevano buttata a terra, poi hanno portato un compagno e lo hanno costretto a stare praticamente con la faccia tra le mie gambe per non so quanto tempo».

Non è stata l’unica violenza

«L’episodio più grave è avvenuto in carcere. Eravamo solo donne. Ci hanno fatte spogliare e ci hanno dato l’uniforme della prigione. A noi più piccoline, hanno dato quelle da bambino e ci hanno tenuto a specificarlo. Significa che prevedono e si organizzano per detenere bambini. E già questo dovrebbe bastare a far capire di che abominio stiamo parlando»

Cos’è successo dopo?

«Stavo male. Ero in sciopero della fame dal momento del sequestro, praticamente non ci avevano dato da bere»

Da quando?

«Sulla nave l’acqua era razionata, di tanto in tanto ci lanciavano delle bottigliette ma sempre meno di quante ne servissero per tutti, oppure entravano in assetto antisommossa, ci schiacciavano faccia al muro, lanciavano granate stordenti fra i nostri piedi e poi lasciavano delle casse d’acqua. Nonostante i timori di ritorsioni da parte di alcuni, una dottoressa l’ha chiesta per tutti – c’erano diversi feriti e persone come me in sciopero della fame – e in risposta hanno allagato lo spiazzo fra i container di acqua salata. Era giorno, abbiamo provato a raccogliere l’acqua per lavarci, ma per ritorsione hanno pompato acqua anche di notte. SI gelava».

Era particolarmente debilitata quando è arrivata alla prigione?

«Non mangiavo e non bevevo da giorni, mi avevano tolto le medicine che io devo categoricamente prendere. La sospensione improvvisa può causare problemi anche gravi. Ho chiesto di vedere un medico, ma invece di essere visitata, sono stata molestata e fotografata».

Come si è sentita?

«Avevo e ho ancora troppa rabbia per provare paura o dolore. Certo, ogni mezza giornata che passava, mi chiedevo dove fosse il governo del mio Paese e perché decine di italiani sequestrati illegalmente fossero invisibili. Poi guardavo i messaggi lasciati dalle detenute palestinesi, che magari da lì non sono mai riuscite a uscire, e pensavo che se tocca farsi pestare e umiliare perché il mondo si renda conto di quello che i palestinesi subiscono da 80 anni, va bene. Che tocchi aspettare che questo capiti ai bianchi perché succeda, fa schifo».

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