“Una panic room per i pestaggi sulla nave prigione”. I racconti shock degli attivisti della Flotilla
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME – Sulla prigione galleggiante, c’è un container che non è come gli altri. Non è un dormitorio. Lì dentro, nella penombra, viene dato il benvenuto. Un gruppo di israeliani col volto coperto dal passamontagna - militari o agenti del servizio penitenziario - ha il compito di pestare i nuovi arrivati della Flotilla, e di tormentarne il corpo con scariche elettriche. Tra la porta di ingresso e quella che dà sul ponte, ci sono quindici passi: abbastanza per uscirne con le costole rotte o una mandibola fracassata. La «panic room», la chiamano.
«Una sorta di panic room nella quale dovevamo entrare tutti», ricorda Dario Carotenuto, il parlamentare 5 Stelle imbarcato con la Flotilla. «Mi hanno fatto togliere le scarpe, le reggevo in mano per cui non mi sono potuto neppure difendere. Mi hanno picchiato in tre. Ho ricevuto un cazzotto in faccia, per diversi minuti ho avuto la vista appannata. Ad altri è andata peggio, hanno spaccato le ossa».
GERUSALEMME – Sulla prigione galleggiante, c’è un container che non è come gli altri. Non è un dormitorio. Lì dentro, nella penombra, viene dato il benvenuto. Un gruppo di israeliani col volto coperto dal passamontagna - militari o agenti del servizio penitenziario - ha il compito di pestare i nuovi arrivati della Flotilla, e di tormentarne il corpo con scariche elettriche. Tra la porta di ingresso e quella che dà sul ponte, ci sono quindici passi: abbastanza per uscirne con le costole rotte o una mandibola fracassata. La «panic room», la chiamano.
«Una sorta di panic room nella quale dovevamo entrare tutti», ricorda Dario Carotenuto, il parlamentare 5 Stelle imbarcato con la Flotilla. «Mi hanno fatto togliere le scarpe, le reggevo in mano per cui non mi sono potuto neppure difendere. Mi hanno picchiato in tre. Ho ricevuto un cazzotto in faccia, per diversi minuti ho avuto la vista appannata. Ad altri è andata peggio, hanno spaccato le ossa».
Sono due le navi prigione usate da Israele per raccogliere e portare a terra gli equipaggi della Flotilla, bloccati in acque internazionali dall’unità Shayatet 13, gli incursori delle forze speciali. Gli attivisti le hanno ribattezzate «navi lager». Una di queste è un vascello di 95 metri adibito al trasporto truppe, costruito nei cantieri della Louisiana anche con finanziamenti degli Usa. Su quel che per tre giorni è accaduto a bordo, le testimonianze convergono.
«Vieni chiuso nel container e picchiato da cinque soldati, c’è chi è stato ferito agli occhi e alle orecchie dai taser», spiega Ilaria Mancosu, attivista di Olbia. «Quando è toccato a me ho contato quattro militari, ma forse erano di più», racconta a questo giornale Alessandro Mantovani, il reporter del Fatto. «Mi hanno dato un calcio sulla tibia quando ero già a terra, poi un pugno vicino all’orecchio, uno sul mento, altri calci. Quando stavo per uscire, hanno usato il taser. Ero talmente agitato che ricordo bene il rumore, meno la scossa». Durante le percosse, uno degli aggressori, con voce calma, dice «welcome to Israel». Lo dice più volte. «Ho visto un ragazzo algerino con dieci bruciature di taser sul corpo», prosegue Mantovani. «Gli avevano bagnato la maglietta apposta per aumentare l’effetto delle scosse».
Sul ponte sono posizionati sei container, a formare un rettangolo: due sono chiusi, uno è la «panic room», gli altri tre sono dormitori. Sul corridoio superiore è steso il filo spinato. Appena salgono, gli attivisti devono consegnare in ginocchio i documenti, vengono spogliati e ricevono un braccialetto con un numero. Sulla nave prigione dove erano Carotenuto e Mantovani erano almeno in 184.
Il benvenuto non esaurisce la pratica, dopo c’è la navigazione fino al porto. Dei sei bagni chimici presenti, ne funzionavano solo tre. Condizioni igieniche disastrose. «Appena provavamo a chiedere più acqua, più cibo o carta igienica dal corridoio in alto ci sparavano coi proiettili di gomma». A parlare ora è Alessio Catanzaro, dottorando in Fisica, di Budrio. «Una delle persone colpite dovrà essere operata, la carne è stata contaminata dai materiali del proiettile». Non c’era abbastanza posto per sdraiarsi, i cassoni dormitorio misurano circa 15 metri per 2. «Siamo riusciti a contrattare coi soldati della plastica per coprire dove ci sedevamo, perché eravamo in mare aperto e faceva un freddo cane».
Gli attivisti riferiscono non solo della poca acqua («ci davano esattamente metà delle bottigliette necessarie») ma anche della prassi di bagnare il ponte per renderlo più gelido. E della mancanza di carta igienica, «tanto da essere costretti a pulirsi con il pane decongelato che, di tanto in tanto, ci portavano», racconta a Repubblica una ragazza della Flotilla.
Il Servizio penitenziario israeliano ha negato irregolarità. «I nostri agenti hanno agito secondo procedure e considerazioni professionali». Si riferiscono al video al porto di Ashdod diffuso da Ben-Gvir, non è chiaro però se sulle navi prigione ci fossero anche loro. Le forze armate non hanno commentato.
«Le guardie consideravano ogni nostra mossa una provocazione, ci hanno sparato addosso e qualcuno è stato lasciato lì a sanguinare», afferma l’australiano Zack Schofield. Si parla anche di granate assordanti gettate ai piedi degli attivisti e di luci puntate sulle porte dei container per impedire il sonno. «Per due giorni siamo stati sul bagnato con delle divise leggere tipo quelle dei detenuti, senza coperte o materassi. Un trattamento inumano».