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L’attivista: “Io, 69 anni, ricoverato per i pestaggi dei militari a bordo”

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Intervista a Ruggero Zeni dopo le violenze dell’Idf e 72 ore in ospedale a Istanbul: “Quei soldati addestrati a far del male. Ma tornerò ancora”
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Dopo essere passato per la nave del terrore e poi in un ospedale turco dove mi hanno “riaggiustato” posso dire finalmente di stare meglio. In quella nave lager ho visto persone che avevano ricevuto l’ordine di fare del male». Sessantanove anni, Ruggero Zeni, attivista della Global Sumud Flotilla alla sua seconda missione, parla da Istanbul, dove ieri è stato dimesso dopo tre giorni di ricovero. «Sospettavano una lesione al fegato, ma dopo diversi esami l’ipotesi è stata scongiurata. Ho le costole rotte, ma fra noi attivisti ci sono tanti arti fratturati da poterci fare un mercatino». Con la Sirius, Zeni per ore è riuscito a sfuggire alle motovedette israeliane, seminando i gommoni d’assalto che venivano calati in acqua per l’abbordaggio. «Il comandante si è arrabbiato parecchio. E ci hanno speronato con un motoscafo d’assalto».

Dopo essere passato per la nave del terrore e poi in un ospedale turco dove mi hanno “riaggiustato” posso dire finalmente di stare meglio. In quella nave lager ho visto persone che avevano ricevuto l’ordine di fare del male». Sessantanove anni, Ruggero Zeni, attivista della Global Sumud Flotilla alla sua seconda missione, parla da Istanbul, dove ieri è stato dimesso dopo tre giorni di ricovero. «Sospettavano una lesione al fegato, ma dopo diversi esami l’ipotesi è stata scongiurata. Ho le costole rotte, ma fra noi attivisti ci sono tanti arti fratturati da poterci fare un mercatino». Con la Sirius, Zeni per ore è riuscito a sfuggire alle motovedette israeliane, seminando i gommoni d’assalto che venivano calati in acqua per l’abbordaggio. «Il comandante si è arrabbiato parecchio. E ci hanno speronato con un motoscafo d’assalto».

Dopo cos’è successo?

«Ci hanno trasbordato su diverse barche fin quando non siamo arrivati sulla nave prigione. È alta, per salire bisogna usare una scaletta di corda, ma hai le mani legate dietro la schiena. Per tirarmi su, due soldati mi hanno preso dalle braccia fin quasi a torcermele. Per non sentire dolore dovevo camminare piegato mentre mi trascinavano, ma più di una volta ho rischiato di finire con la faccia sul pavimento».

Molti attivisti hanno denunciato violenze e pestaggi.

«Il minimo è che ti obblighino a stare per un tempo interminabile in ginocchio, con le mani legate dietro la schiena. Dopo un po’, la colonna non regge il peso e la posizione, devi appoggiare la faccia a terra».

Lei è stato picchiato?

«Più volte. Un soldato ha aspettato che mi girassi di fianco per colpirmi al fegato con un pugno. Non potevo vederlo arrivare, quindi non potevo proteggermi. L’ho preso in pieno. Un altro, che mi portava ai banchetti per l’interrogatorio, mi pestava i piedi nudi con lo scarpone e calcava con la punta per farmi più male. Ad altri è andata peggio».

Cosa ha visto?

«C’era come una tenda buia. Lì dentro uomini e donne hanno subito abusi sessuali, anche pesanti. La faccia delle ragazze che poi entravano nel container non la potrò mai dimenticare. Quei soldati erano addestrati per fare male e si divertivano».

A cosa si riferisce?

«Lanciavano granate stordenti nel container, quello significava che dovevi uscire. Fuori trovavi davanti un muro di antisommossa che ti puntavano addosso i mitra, lanciavano altre granate fra i nostri piedi e ridevano quando cercavamo di scappare. L’hanno fatto sette, otto volte».

Lei perché si è imbarcato?

«Perché prima non dormivo la notte, mi sentivo impotente. Per questo sono tornato e tornerò a farlo ancora».

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