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Il Barone rosso, lo Sceriffo: l’eterno ritorno dei cacicchi oggi più popolari che mai

Il Barone rosso, lo Sceriffo: l’eterno ritorno dei cacicchi oggi più popolari che mai

Il primo a tirare fuori il termine è stato D’Alema nel 1997 rientrato da un viaggio in Messico. Trent’anni di storia, fino alle ultime amministrative con Vincenzo De Luca, Cateno De Luca, Ciccio Cannizzaro e Mirello Cristafulli che hanno preso valanghe di voti

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Cacicchi! Il primo a parlarne fu Massimo D’Alema. Era il dicembre 1997 e l’allora segretario del Pds era appena tornato dal Messico. Si trovò davanti una platea di iscritti desiderosi di aderire a un nuovo progetto di politico – la Cosa 2 – che D’Alema intendeva mettere in campo, trasformando il Pds nei Ds (Democratici di sinistra), otto anni dopo che Achille Occhetto aveva lanciato la Cosa, ovvero il cambio del nome dei comunisti italiani, da Pci a Pds. Ebbene, di fronte a questi militanti, D’Alema spiegò che il pericolo era il partito dei sindaci, quella generazione cioè - da Rutelli a Bassolino, da Orlando a Bianco - che era stata eletta nelle grandi città nella prima tornata dell’elezione diretta del 1993, e che tanto successo avevano ottenuto, anche grazie al loro buongoverno.

Ma D’Alema vidi in questa indipendenza, nella forza delle persone rispetto al partito, un pericolo. E siccome era fresco di viaggio sudamericano, identificò quel pericolo con i cacique”. I giornalisti dovettero consultare la Treccani – internet era agli inizi – per scoprire che i cacique, in italiano cacicchi, erano stati i signorotti dell’America centrale al tempo della colonizzazione spagnola. Un titolo dato nel secolo scorso ai capi indigeni delle Antille, e quindi dell’America centrale, del Messico e del Perù.

E quindi sono trent’anni che parliamo di cacicchi, che bisogna estirpare il fenomeno. Invece, a dispetto di tutti i pericoli evocati, i cacicchi sono più popolari che mai. E vincono alla grande, forse perché governano pure bene oltre ad a disporre di valanghe di voti. Nell’ultima tornata hanno trionfato i cacicchi Vincenzo De Luca (lo “sceriffo” di Salerno), Cateno De Luca (con un suo uomo, Federico Basile) a Messina, Francesco – detto Ciccio – Cannizzaro a Reggio Calabria, e Mirello Crisafulli, il barone rosso di Enna. E quindi è ripartito il dibattito, anche perché Elly Schlein, al momento della sua elezione, aveva promesso di cacciarli: “Non vogliamo più vedere capibastone e cacicchi vari”, annunciò il 12 marzo 2003. Da allora sono più forti che mai, e si candidano senza insegne di partito, dai quali pure provengono, come nel caso di De Luca a Salerno e Crisafulli a Enna. “Il termine – ha spiegato il politologo Gianfranco Pasquino sul Domani – serve a definire coloro che, in special modo a livello locale, combinano con successo potere istituzionale con potere personale. Il cacicco può fare a meno di qualsiasi affiliazione partitica”.

La verità è che il cacicco è anche lo specchio di una certa cultura meridionale, nel quale si mescolano antico e moderno, anarchismo, consociativismo, ribellismo, voglia di fare da soli. Cos’era la Dc al Sud nella Prima Repubblica se non un’aggregazione di potentati? Capicorrente che gestivano, spesso clientelarmente pacchetti di voto. Quella cultura, in fondo, è rimasta intatta.

Dopo che D’Alema fece la sua denuncia sorse un dibattito che durò anni. “Tira una brutta per chi è autonomo dai partiti”, denunciò il sindaco di Catania, Enzo Bianco, uno dei leader del partito dei sindaci, che doveva diventare uno dei rami dell’Ulivo. “D’Alema ci chiama cacicchi, ma la domanda di cambiamento è fortissima”, spiegò a Gianna Fregonara del Corriere della sera, il 21 ottobre 1998. Francesco Rutelli, chiamato in causa, per la sua associazione, Le mille città, che riunivano le esperienze civiche, precisò che la sua iniziativa non era anti partito, e che se realizzata ne avrebbe tratto giovamento l’intero centrosinistra. Erano gli anni in cui Sergio Chiamparino governava Torino e Massimo Cacciari Venezia.

Repubblica fece scrivere Alberto Asor Rosa che giunse a questa conclusione: “Se una democrazia dei partiti non corrisponde più alle attese e ai bisogni di una società individualista e segmentata come la nostra, una democrazia dei cacicchi una gran bella cosa: mentre in Italia ci sono spinte possenti in questa direzione, e secondo me tutte le parti”. Venticinque anni dopo tutto il mondo si è fatto cacicco, come ha ricordato l’altro giorno Matteo Renzi in un’intervista al nostro giornale. E ha aggiunto: “Ho rispetto per chi ha un consenso forte”.

I cacicchi però non sono un fenomeno del centrosinistra, ci sono stati anche a destra. E a un certo punto rappresentarono un problema anche per Silvio Berlusconi. Era già successo che in Sicilia, nel maggio del 2005, avevano vinto molte liste autonomiste, e il Cavaliere temeva che i signori delle preferenze avrebbero potuto svuotare Forza Italia alle politiche dell’anno dopo: vinse Prodi, per un pugno di voti. All’epoca uno dei delfini di Berlusconi, Gianfranco Micciché, vagheggiava il partito del Sud, il non plus ultra del caciquismo. Di questo movimento si è parlato per dieci anni: alla fine è uscito di scena Micciché.

“I cacicchi che dobbiamo cancellare stanno a Roma” ha detto tempo fa Vincenzo De Luca, in una delle sue dirette Facebook. “Sono quelli che non si sono mai presentati con la propria faccia in campagna elettorale, perché non hanno nemmeno il voto della madre”. Ne sentiremo ancora parlare, questo è certo.

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